Micetto mio, ti curerò con i farmaci generici Fa bene anche alla... tasca, cauti i veterinari
Il decreto del ministro Speranza apre ai medicinali “a uso umano”, la Commissione europea chiede subito chiarimenti
Francesca Lenzi
La notizia è arrivata un po’ come un fulmine a ciel sereno, anche se la questione viene da lontano e sono anni che le associazioni animaliste in testa caldeggiavano una decisione in tal senso. In due parole: con il decreto firmato mercoledì dal ministro della Salute, Roberto Speranza, sarà possibile curare gli animali domestici anche con farmaci “a uso umano”.
IL DECRETO
«A beneficiarne saranno circa il 40 per cento delle famiglie italiane che potranno risparmiare fino al 90 per cento per alcune patologie animali – si legge nel comunicato diffuso dal ministero – Il provvedimento adottato prevede che il veterinario possa prescrivere medicinali per uso umano per la cura degli animali domestici, a condizione che tale medicinale contenga il medesimo principio attivo del medicinale veterinario. È dal 2006 che associazioni animaliste, parlamentari, consiglieri regionali e comunali di diverso orientamento politico hanno sostenuto questo obiettivo, denunciando prezzi troppo elevati dei farmaci veterinari che spesso sono la causa dell’abbandono degli animali».
«Si tratta di un provvedimento di equità atteso da anni da milioni di cittadini – il commento del ministro Speranza – Una scelta che consentirà di garantire con più facilità le cure agli animali da compagnia e un risparmio importante per tante famiglie italiane e per le strutture che si occupano di cani e gatti».
REAZIONI contrastanti
La notizia ha innescato una serie di reazioni, più o meno entusiaste. Se le più importanti associazioni animaliste hanno accolto con soddisfazione il decreto, la cittadinanza sui social si è divisa. C’è chi applaude a una scelta a favore degli animali e dei loro proprietari che potrebbero risparmiare non poco. C’è addirittura chi, preso dell’esaltazione del momento, azzarda l’ipotesi dei veterinari di base, così come esistono per gli esseri umani i medici di famiglia. «Non ho nessuna intenzione di pagare con le mie tasse le medicine al tuo cane», replica un altro cittadino, molto meno amante degli amici a quattro zampe. Lo scenario, benché variegato, è tuttavia abbastanza chiaro, e risponde perfettamente allo schema nel quale gli italiani restano impelagati a ogni nuova legge, per ogni argomento più o meno caldo. Perché se è vero che il calcio è lo sport nazionale del Belpaese, i suoi abitanti assecondano la partita in campo, schierandosi nettamente a favore dell’una o dell’altra squadra. Da una parte i tifosi più sfegatati, dall’altra quelli più tiepidi, se non ostili, secondo un’altra caratteristica nostrana, quella del benaltrismo per cui, di fronte a un’ipotesi, o qualcosa di più, di una legge, hanno come un’unica e sola risposta: «Ci son cose più importanti a cui pensare».
I VETERINARI
In realtà stavolta conviene allentare la tensione e restare in attesa di chiarimenti perché se il decreto c’è ed è scritto nero su bianco, gli interrogativi restano molti. «Nella bozza che sta circolando in questo momento c’è una serie di condizioni che cambiano poco o nulla la situazione già esistente – le parole di Marco Melosi, presidente dell’associazione nazionale medici veterinari italiani (Anmvi) – Prima di tutto occorre leggere il decreto. Come medici veterinari ci aspettavamo questo decreto che fa riferimento alla legge di bilancio del 2020. Non siamo, però, stati presi in considerazione. Il ministro, infatti, non ci ha chiamato a consultazione, che in fondo in fondo siamo noi a dover prescrivere i farmaci. Finora il regolamento italiano, ma anche quello europeo che sarà esecutivo in Italia nel febbraio del 2022, permettono l’utilizzo del farmaco umano, ma non a condizione che costi meno. Insomma, il costo non viene mai nominato come possibilità di deroga. E questa condizione dovrebbe essere rispettata dall’Italia. C’è quindi il rischio che cambi poco o nulla, anche per le eventuali condizioni inserite nel regolamento che limiterebbero molto il ricorso – prosegue Melosi – Come veterinari siamo assolutamente favorevoli a tutte le iniziative che permettono al cittadino di risparmiare, ci mancherebbe altro. Tanto che da tempo portiamo avanti una richiesta basata sulla riduzione dell’Iva con aumento delle detrazioni sulle spese veterinarie. Ecco, questo inciderebbe molto di più». Al di là delle possibili limitazioni interne allo stesso decreto, un ruolo non marginale sulla questione lo gioca l’Europa che non ha tardato a rispondere. In che modo? In parole semplici la Commissione europea ha spiegato di non essere a conoscenza della legge a cui fa riferimento il decreto, ha sottolineato come l’Italia sia l’unica nazione ad aver scelto un simile provvedimento, e infine ha ribadito che come unica giustificazione per prescrivere un medicinale umano è la mancanza di un medicinale veterinario idoneo. Perché il costo non sarebbe una giustificazione accettabile. «Già oggi esiste per alcuni casi la deroga – afferma Melosi – ma la scelta non è basata sul minor costo». D’altra parte, nelle motivazioni a supporto del decreto, si include anche l’abbandono dovuto alle spese mediche. «Alla questione abbandono io non credo – sostiene il presidente dell’Anmvi – La visione che abbiamo noi dopo il lockdown è di adozioni aumentate nei canili e del fenomeno dell’abbandono in calo da tutte le parti. Insomma, potrà anche succedere, ma sono casi estremamente limitati, visto che le motivazioni che spingono un cittadino a prendere un cane o un gatto sono molto più forti del costo di un medicinale». —
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