I cannoni e la furiosa battaglia poi finalmente la guerra finì
I combattimenti dell’aprile 1945 in Versilia a ridosso della Linea Gotica ricordati da un testimone
Quell’aprile 1945 in cui finì finalmente la guerra. Quell’aprile nella Versilia tragicamente colpita dall’occupazione e dalle stragi nazi-fasciste, raccontato da un testimone diretto: Giorgio Salvatori che era allora un ragazzo di Pietrasanta.
giorgio salvatori
Per me la guerra non finì il 25 aprile 1945, ma venti giorni prima. Quell’anno il Sabato Santo cadde il 31 di marzo. Per il mio paese fu un sabato tragico: il pomeriggio una serie di granate piovve dovunque uccidendo alcune persone, compresa la mamma di un mio amico. Poi i cannoni tedeschi tacquero fino all’alba del 5 aprile.
la linea gotica
Avevo nove anni e vivevo a Crociale, una frazione di Pietrasanta, a ridosso della Linea Gotica in zona americana, cannoneggiata sporadicamente dai tedeschi. Pochi chilometri a Nord si trovavano le prime frazioni di Montignoso, sotto i tedeschi, soggette ai continui bombardamenti americani. La Linea Gotica era una fascia di territorio fortificata dai tedeschi che partiva dalla marina di Montignoso e continuava attraverso la Garfagnana e l’Emilia, fino alla spiaggia di Ravenna. Una striscia che tagliava la Penisola da mare a mare come un’enorme muraglia. La zona montana venne fortificata con bunker e gallerie, casematte e camminamenti di collegamento. L’intera opera, realizzata tra l’aprile e l’agosto del ‘44, impegnò migliaia di uomini: militari, prigionieri e civili rastrellati nei paesi limitrofi o direttamente assoldati dalla Todt, l’impresa tedesca incaricata del progetto. Come compenso, i civili avevano un permesso di libero transito – allora cosa preziosa per potersi muovere – e il diritto a una quota scarsa di beni alimentari. Intere famiglie dei paesi a ridosso erano state arruolate dai comandi tedeschi. Sulla Linea Gotica i tedeschi si arroccarono dopo la ritirata da Montecassino. Contro essa si arrestarono le truppe alleate dal settembre 1944 all’aprile 1945.
la battaglia
La mia famiglia rientrò a casa dallo sfollamento in quel settembre, dopo l’arrivo degli americani in Versilia, e restò confinata in due stanzette al piano terra perché il resto dell’abitazione venne requisito dai militari. Una stanzetta faceva da cucina, nell’altra dormivamo in sette. Nel gennaio ‘45 partì in ritardo la mia terza elementare, con lezioni precarie. Quando iniziavano i cannoneggiamenti tedeschi la maestra ci disponeva immediatamente ad uscire. Noi correvamo sparpagliati per strade e viottoli, pronti a gettarci a terra quando sentivamo i colpi di partenza delle cannonate. Intorno, i campi e gli uliveti erano pieni di piazzole scavate nel terreno e camuffate con reti di spago colorate, sotto cui erano nascosti i cannoni e i carrarmati alleati.
Il mattino del 5 aprile, verso le quattro, fummo svegliati da un improvviso, assordante frastuono: i cannoni, i carrarmati, gli obici e i mortai alleati disseminati nella Versilia apersero il fuoco in contemporanea. Dai monti rispondevano i crepitii delle mitragliere tedesche e, sporadicamente, arrivavano i fischi pesanti dei proiettili delle batterie a lunga gittata nascoste nel promontorio alla foce del Magra. Quell’inferno durò quasi un’ora. Poi sulla piana cadde un silenzio assoluto: per me fu la fine della guerra.
i ricordi di bruno
Ma cosa successe intorno? Lo seppi in seguito da testimonianze. Bruno Avenante, di Azzano, all’epoca aveva quattordici anni ed era in paese. Azzano, sulla montagna in zona americana, era proprio di fronte alle postazioni tedesche più avanzate. Ricorda che nei primi giorni di aprile arrivarono in paese «centinaia di militari che non sembravano americani». Quei militari, chiamati “nisei”, erano americani delle zone del Pacifico con tratti fisici che alcuni li hanno ricordati come “giapponesi”. I primi gruppi cominciarono a scivolare verso valle srotolando i rulli delle linee telefoniche sulla fiancata del monte. Arrivati al fondo, attraversarono il torrente per risalire il crinale opposto, sotto le postazioni tedesche. Era ormai notte e Avenante non vide più niente. All’alba del mattino successivo, dopo il cannoneggiamento delle batterie alleate, da Azzano si poté osservare sul versante di fronte il brulicare dei militari che salivano ancora. Le avanguardie, già in cresta, avevano iniziato i combattimenti.
la guerra di gino
In contemporanea, la sera del 4, Gino Dinelli si preparava all’azione col suo distaccamento a Vallecchia, a ridosso del muraglione sopra il quale si trovavano le prime postazioni tedesche. Su quel muraglione, nei mesi di stallo del fronte, erano morti molti militari della Buffalo, la Divisione americana di colore, in ripetuti assalti sempre falliti. L’amico Gino, allora diciottenne, era arruolato come ausiliario nella stessa Divisione. Ha ricordato che quel pomeriggio arrivarono in zona quattro compagnie di assaltatori americani di lineamenti asiatici: i nisei, appunto. Quelle truppe – ha raccontato Gino – erano famose per il coraggio mostrato l’anno prima nello sbarco in Normandia. Due compagnie proseguirono per Azzano, le altre due si accamparono sul posto. Poco dopo Gino fu chiamato dal suo superiore che gli consegnò un’arma a breve gittata – un mitra – in sostituzione di quella a lunga, usata normalmente quando non erano coinvolti in azioni dirette. Gino comprese che stava accadendo qualcosa di eccezionale.
Nel primo mattino del 5 il distaccamento era all’erta: dopo il cannoneggiamento alleato le due compagnie d’assalto si mossero, seguite dagli ausiliari. Si inerpicarono, nella parte est, sulle prime piane del monte dove ingaggiarono subito scontri feroci; le postazioni erano ravvicinate e agivano in collegamento tra loro. Le azioni procedevano a spinte, in mezzo a fuochi incrociati e tra gli scoppi delle mine. Racconta Gino: «Morivano di qua e di là molti ragazzi delle mia età o poco più grandi». Dopo alcune ore di operazioni, gli alleati conquistarono la prima delle quattro vette che portano al Folgorito. Si trovavano sotto la vetta della Canala, forse la più fortificata, e iniziarono il suo attacco. All’improvviso, per Gino fu notte. Si risvegliò giorni dopo in un ospedale da campo a Viareggio. Di fronte, un giovane gli pronunciava parole bonarie: era un medico militare di origine italiana. Gli spiegò che era stato colpito al petto da una palla dall’alto.
il tedesco e il niseo
Sulle montagne della Versilia e dell’Apuania si combatté per quasi una settimana, anche in feroci corpo a corpo. Il 7 aprile gli alleati entrarono a Montignoso, l’8 e il 9 a Massa e a Carrara. Così la Linea Gotica si andò sgretolando. I tedeschi vi ebbero 75.000 morti, gli alleati 65.000. Come dovunque, anche in Versilia e in Apuania la guerra produsse azioni turpi e dolorose, e produsse anche gesti di umanità ed eroismo tra i soldati e nella popolazione. Vorrei ricordarne due.
Una signora, all’epoca diciassettenne, che viveva a Strettoia in zona Linea Gotica, ha raccontato di un giovane tedesco che spesso scendeva affamato dalla propria postazione per venire a trovare la sua famiglia. In un italiano stentato parlava di sua mamma e della convinzione che da lì a poco sarebbe morto su quelle colline.
A Pietrasanta si erge il piccolo monumento, solitario e silenzioso, di Sadao Munemori “caduto da eroe sulla Linea Gotica della Versilia il 5 aprile 1945”. Sadao era uno dei giovani nisei che quel giorno prese parte all’attacco. Era venuto dall’altra parte del mondo. Morì nell’atto di salvare due sui commilitoni. —
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