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«Sempre più soli davanti a uno schermo». La televisione ora passa dallo streaming

Francesca Lenzi
«Sempre più soli davanti a uno schermo». La televisione ora passa dallo streaming

L’antropologo Franco La Cecla e la rivoluzione dell’intrattenimento, mentre il telefono transita dal cavo all’etere 

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Prima o poi sarebbe dovuta arrivare. E alla fine è arrivata. Parliamo della rivoluzione nell’ambito del calcio da guardare, con il pallone che passa dalla televisione allo streaming internet. È Dazn, infatti, a essersi aggiudicato i diritti tv della Serie A per il triennio 2021-2024, a discapito di Sky e del satellite che vedono interrompersi la propria egemonia.

SATELLITI E COMPUTER

Non è, in verità, che l’ennesima trasformazione dell’intrattenimento su piccolo schermo, e non solo. Basta pensare all’evoluzione di una tv che, da un palinsesto prestabilito e delimitato, viaggia ormai sempre più su programmi on demand da guardare come, dove e nel modo in cui si preferisce. Certo fa specie pensare al tifo calcistico condiviso al bar, tutti davanti al televisore, per arrivare alle partite guardate su pc, magari con audio asincrono rispetto alle immagini, con buona pace dell’effetto sorpresa. Sarebbe sbagliato, tuttavia, limitarsi a considerare il mondo della tv e dei mezzi di comunicazione come faccenda strettamente tecnologica. Dietro l’uso di un social, di una piattaforma digitale o di un telefono portatile c’è l’evoluzione dell’essere umano e della sula cultura in senso fisiologico, morofologico e psicologico.

TECNOLOGIA E PERSONE

Ne abbiamo parlato con il professore Franco La Cecla, antropologo, scrittore e filmaker palermitano che oggi insegna alla Naba e allo Iulm di Milano, dopo esperienze a Berkeley, Barcellona, Parigi, Venezia e Bologna. Il suo documentario “In altro mare” ha vinto il San Francisco International Film Festival del 2011, ed è autore di molti saggi sulla contemporaneità. Fra questi anche “Surrogati di presenza. Media e vita quotidiana”, uscito nel 2006, nel quale spiegava il bisogno collettivo di rendere presente ciò che è assente delle persone, delle cose, del mondo. «Era già chiaro allora cosa si stesse prefigurando – dice La Cecla – È una cosa strana e negativa che, però, fa anche parte della mitologia di questa nostra contemporaneità, perché noi siamo capaci di fare a meno della presenza altrui in carne e ossa. Tutti i media si chiamano così perché sono mezzi per evocare delle presenze che sono lontane, ci abbiamo fatto il callo, convinti che la persona al telefono, ad esempio, sia una persona intera. Se io, però, le chiedo dove mi trovo in questo momento, lei non sa rispondere, perché sono là ma anche qua. La gente è così ridotta. E la stessa cosa avviene su Skype e negli altri mezzi che usiamo. Tutto ciò ha molto a che fare con una sorta di mondo magico, dove c’è l’evocazione in qualche modo delle persone nel loro spirito. È una strana situazione. Ci accontentiamo, in pratica, di una promessa di presenza. In tutti i media che usiamo c’è una specie di malinconia, di forte assenza dell’altro – va avanti lo studioso – Prima ci accontentavamo della mitologia, del trucchetto magico, mentre oggi ci rendiamo conto che c’è qualcosa di strano, una riduzione della vita, una compressione di cose che, in realtà, non sono sostituibili. E che c’è differenza fra il vedere persone dal vivo e no. Perché nel primo caso si mandano messaggi più complessi rispetto alla tv o anche a Skype».

SOLI CON UNO SCHERMO

Se i mezzi d’informazione, d’intrattenimento e di comunicazione sono sempre più individuali, la pandemia ha intensificato questo aspetto. «Rispondo con una speranza – l’opinione di La Cecla – Ora abbiamo capito che qualcosa ci viene sottratto. Può darsi che le generazioni cresciute col digitale questa cosa non la percepiscano. In sostanza, chi è nato prima sente questa riduzione, mentre i bambini di 8-9 anni, abituati a comunicare con lo schermo, potrebbero non sentirlo in modo così traumatico». Ci aspetta, quindi, una vita sempre più di solitudine con relazioni a distanza? «Credo che tutte queste siano fasi, sono strumenti, e non è detto siano eterni – dice La Cecla – Noi siamo incapaci di capire come molte delle cose, nelle quali siamo immersi, non sono sempre state e non sempre saranno. Quando chiedo ai miei studenti come pensano che finirà Facebook, loro si stupiscono, ma Facebook sta finendo. Lo sa anche Zuckerberg. Sono tutte cose che hanno un loro percorso di vita, e vengono prodotte più da noi che dagli strumenti. Un esempio è il sogno della velocità degli anni ’80 e ’90. Oggi non so chi possa commuovere quel sogno. Ecco, sono sogni che appaiono e scompaiono».

DIGITALE AL TRAMONTO

«Sono convinto che il digitale sia in fase di tramonto. E dopo? Beh, non lo so – dice La Cecla – Di sicuro c’è il fatto che le maggiori industrie del settore non creano nulla di nuovo da dieci anni, e che dopo il telefonino e il computer non è successo niente. Ecco, quell’onda lì va esaurendosi, e verrà sostituita. Da cosa? Forse dall’intelligenza artificiale. Comunque da qualcos’altro, sicuramente. Tornando al discorso dell’isolamento e della distanza, c’è da dire che il telefono, all’epoca della sua invenzione, rispose a un problema di solitudine. In ogni caso, tutti i media servono per confermarci che gli altri esistono, e tutto risponde a un’ansia di solitudine, ma può darsi che ci stancheremo, che troveremo altre cose. Credo, comunque, nell’importanza della società e delle persone rispetto al capitalismo, ma di sicuro il capitalismo vuole che siamo soli. Non è detto, però, che vinca».

LA TV E IL ROSARIO

Di certo c’è una fruizione anche del mezzo televisivo diversa dal passato. Ormai non esiste più il classico palinsesto, ma ci sono le piattaforme e l’on demand. «La televisione in realtà ha seguito l’evoluzione dello zapping – afferma La Cecla – Non so quanta gente guardi per intero un programma o una serie tv, o non cambi canale. Tutti questi strumenti sono un sostituto di uno strumento fondamentale. Sa qual è? Il rosario. Il rosario è uno strumento per non pensare, per passare il tempo, qualcuno direbbe per instupidirsi, ma c’è in effetti il bisogno di instupidirsi, la sera, ad esempio. Tutti questi strumenti sono strumenti per la disattenzione che è una funzione indispensabile nell’animo umano e nelle varie culture. La televisione da questo punto di vista è fantastica. Perciò, più è intelligente, e peggio è. Concludo con un’esperienza che ho avuto in Nepal. Ero all’aeroporto e c’erano due nepalesi. Una signora aveva in mano il rosario tibetano e il marito, accanto a lei, aveva in mano il telefonino. Ebbene lui faceva lo stesso gesto di sgranare che faceva lei. Erano perfetti, una coppia stupenda».

E il telefonino, va detto, ora ha il segnale che arriva dall’etere. Prima era saltamente attaccato a un muro, a un filo. Ha fatto il percorso inverso del programma tv.

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