Il Tirreno

«Giusto il ricordo ma troppa retorica è controproducente»

Gabriele Rizza
«Giusto il ricordo ma troppa retorica è controproducente»

Lo storico Franco Cardini critica  «la violenta eruzione mediatica» 

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Gabriele Rizza

«C’è a volte la sensazione che tutto questo parlare di Dante produca un effetto contrario. E una certa insofferenza. Fino a far dire a molti: “di Dante non se ne può più”, e così facendo non si rende certo onore al personaggio». La voce dello storico e saggista fiorentino Franco Cardini si distingue dal comune impeto “celebrativo” che accompagna in questi giorni la figura del Sommo Poeta.

«È allarmante, ma è un sintomo della coscienza profonda che queste cose non scalfiscono la sostanza del nostro essere cittadini. Un po’ le subiamo, un po’ le tolleriamo, un po’ siamo contenti perché solleticano certe nostre smanie intellettuali. È evidente che è un’operazione politico culturale mediatica. Però queste cose fanno parte del nostro modo di essere e di pensare, siamo abituati a rileggere continuamente la storia. Lo abbiamo fatto con Colombo, con Michelangelo, con Leonardo; a maggio lo faremo con Napoleone. Ma questi eventi scivolano sulla gente e passata la fiammata iniziale i protagonisti rientrano nell’abituale semisilenzio mediatico».

Eppure in 180mila hanno comprato la biografia di Dante scritta da Alessandro Barbero...

«L’amico Barbero ha scritto un libro serio di 400 pagine con tutti i crismi della scientificità. Ma è anche un testo divertente. Dubito però che i 180mila acquirenti lo abbiano letto. Se davvero lo avessero fatto l’Italia sarebbe diversa, migliore. Purtroppo questo sfoggio di cultura non costituisce il tono originale del nostro Paese».

Sembra molto critico, quindi, su tutto quanto sta accadendo in queste ore.

«La cultura, quando è vera, e la coscienza civile, procedono insieme, sono due principi legati fra loro. Sento odore di retorica in questa violenta eruzione dantesca. Però sarebbe retorico anche dire che non ci serve il passato, ci serve eccome. Ma solo se lo visitiamo continuamente, non come fosse un foglio di carta carbone su cui adagiare il presente».

È sbagliato definire Dante un nostro contemporaneo?

«Dante ci riguarda da vicino a partire dalla lingua. Ma attenzione a farne un paladino della contemporaneità. Tanti dicono che già Dante lamentava la corruzione e la decadenza dell’Italia, ma sono parole d’ordine che non hanno niente a che vedere con l’Italia di oggi. Poi se questi concetti si estrapolano dal contesto ecco che diventano spendibili per l’800, quando Dante divenne il campione dell’italianità, direi del sovranismo italiano, fino ai giorni nostri. La giustizia e la prosperità per l’Italia Dante se la aspettava da un imperatore straniero, che nel 1311 accolse a braccia aperte. Parlare dell’attualità di Dante quindi è solo retorica. Nella migliore delle ipotesi vuol dire “leggetelo perché magari vi darà degli spunti sulla società di oggi”. Ma questo non vuol dire che fosse dotato di una coscienza straordinaria o di carattere profetico». —

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