Il presidio
P2, il magistrato Gherardo Colombo: «Potevamo anticipare Mani pulite»
I ricordi dell’ex magistrato Colombo
«Il nostro lavoro è servito fino a un certo punto. Abbiamo scoperto la lista della P2, la sua pubblicazione ha provocato effetti immediati: il primo governo con un presidente del consiglio dei ministri laico, Giovanni Spadolini, la commissione parlamentare d’inchiesta presieduta da Tina Anselmi, la legge sulle associazioni segrete. A livello giudiziario, però, ciò che di più rilevante emergeva è stato archiviato rapidamente. E anche l’esito dell’indagine sulla P2 ha influito, seppur da lontano, sulla decisione di dimettermi dalla magistratura». Queste le parole amare di Gherardo Colombo, ex magistrato, che il 17 marzo 1981 fece perquisire, insieme a Giuliano Turone, casa e azienda di Licio Gelli, Villa Wanda ad Arezzo e la Giole, a Castiglion Fibocchi (in provincia di Arezzo) dove venne trovata la lista. I due magistrati indagavano sull’omicidio dell’avvocato Giorgio Ambrosoli e sulla finta scomparsa del banchiere Michele Sindona.
Come siete arrivati alla scoperta dei nomi degli iscritti alla P2?
«Joseph Miceli Crimi, il medico che nascondeva Sindona a Palermo, faceva viaggi ad Arezzo e Gelli compariva a più riprese nelle indagini. Da qui la decisione delle perquisizioni fatte dalla guardia di finanza a cui avevamo imposto di non prendere contatto neppure con i colleghi del territorio».
Cosa avete trovato?
«Nell’ufficio di Gelli, all’interno dell’azienda di confezioni, insieme con una serie di altri documenti di rilievo notevole, si trovò l’elenco degli iscritti alla loggia segreta Propaganda 2. In tutto 962 nomi di politici, giornalisti, imprenditori, magistrati, appartenenti alle forze dell’ordine e ai servizi segreti implicati nel depistaggio delle stragi, da quella di piazza Fontana alla stazione di Bologna. C’era anche l’originale della domanda di iscrizione dell’allora ministro della giustizia (Adolfo Sarti, ndr). Ricordo che prima ancora di arrivare sui luoghi della perquisizione gli ufficiali della guardia di finanza furono raggiunti da una telefonata del comandante generale che li avvertiva che negli elenchi che avrebbero trovato c’era anche il suo nome. In tutto sequestrammo circa cinquemila fogli: organigramma, formula del giuramento, 17 gruppi territoriali, fascicoli vari, più 36 o 37 buste sigillate, ciascuna contenente una notizia di reato. Tra queste, due che riguardavano un conto corrente, il conto Protezione, ritorneranno nelle indagini di Tangentopoli».
Come avete proseguito?
«Quando i documenti arrivarono a Milano, con Turone abbiamo passato due notti a fotocopiare e autenticare i fogli. All’epoca avevamo due fotocopiatrici per 32 giudici e temevamo la sottrazione di queste carte. Abbiamo nascosto le fotocopie dei documenti più importati in un fascicolo che riguardava un’altra indagine. Poi abbiamo proseguito con altre perquisizioni, sentito testimoni, verificato l’autenticità delle carte. In poco tempo, però, la Cassazione, su sollecitazione della Procura della Repubblica di Roma, decise che il fascicolo della P2 dovesse passare a Roma e le cose più importanti vennero archiviate. Purtroppo allora era diffusa la cultura, anche tra i magistrati, che non si dovessero aprire i cassetti del potere. Prima ancora che il fascicolo andasse a Roma qualche difficoltà ci venne anche dal procuratore della Repubblica di Milano. Sostenne che avremmo dovuto restituire i documenti a Gelli».
Abbiamo perso un’occasione
«Se si fosse indagato ancora, avremmo scoperto Tangentopoli con dieci anni di anticipo. E molti punti ancora oscuri del nostro passato si sarebbero chiariti di più».
Perché si è dimesso dalla magistratura e ora si dedica alla giustizia riparativa?
«Mi dedico molto ai ragazzi, cercando di accompagnarli nel percorso di comprensione delle regole, e anche alla giustizia riparativa. Le cause delle mie dimissioni sono varie, tra queste ci sono anche gli esiti di alcune esperienze professionali, non solo P2, ma anche fondi neri Iri e Mani Pulite». —
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