Il Tirreno

la festa della donna 

Flannery O’Connor e Sigrid Undset autrici oltre i cliché da riscoprire

Fabio Canessa

La norvegese vinse il Nobel nel 1928, della scrittrice americana arrivano nuove traduzioni

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Fabio Canessa

Per l’8 marzo va festeggiata la riscoperta, da parte dell’editoria italiana, di due tra le più grandi e originali scrittrici del Novecento: l’americana Flannery O’Connor, di cui le edizioni minimum fax stanno ritraducendo i romanzi (è uscito “Il cielo è dei violenti” ed è in arrivo “La saggezza nel sangue”) e la norvegese Sigrid Undset, che vinse il Premio Nobel per la Letteratura nel 1928.

FLANNERY O’CONNOR

Per capire che donna straordinaria sia stata la prima, bisogna partire da “Flannery O’Connor: vita, opere, incontri” (pp. 360, Ares, 18 euro) la biografia rigorosa e dettagliata, scritta da Fernanda Rossini come un romanzo appassionante e insieme ottima guida propedeutica alla lettura dell’opera. Nata e cresciuta nella campagna della Georgia, Flannery visse con la madre in una casa fattoria piena di pavoni, papere, oche e tacchini, tutti pennuti per i quali aveva una passione travolgente e che lei stessa governava, trascinandosi con le stampelle. Era infatti minata da una grave forma di lupus, di cui si ammalò giovanissima e che la portò alla morte a 39 anni nel 1964. Eppure questa signorina fervente cattolica, scriveva storie così crude da superare in efferatezze i film di Quentin Tarantino e così nutrite dal senso del sacro da condividere con Alessandro Manzoni l’indagine sul mistero della Provvidenza. I suoi racconti sono caratterizzati da una violenza spesso estrema, che esplode improvvisa nelle esistenze tranquille di personaggi che hanno la sfortuna di imbattersi in teppisti, balordi, spietati assassini o animali selvaggi. Per O’Connor si tratta invece di una sfortuna provvidenziale, di carneficine a fin di bene, perché solo il dolore e la morte possono squarciare le vite di borghesi assuefatti al conformismo mondano, per aprire così la possibilità di una grazia redentrice. Nel suo durissimo “realismo cristiano”, la brutalità è lo strumento per scioccare lettori moralmente ottusi. Immaginate la reazione del lettore medio degli anni Cinquanta di fronte a una donna che scriveva testi di questo genere, oltretutto con uno stile di potente forza espressiva in grado di mettere a disagio ancora oggi. Perfino la mamma, pur lusingata dagli elogi di critici autorevoli, che paragonavano sua figlia a Kafka e a Faulkner, non la capiva e avrebbe voluto che scrivesse «di gente perbene». Rossini ci fa conoscere la Flannery privata: una ragazza colta, ironica e intelligente, alla quale è impossibile non affezionarsi.

SIGRID UNDSET

Lontanissima dal cliché della letteratura femminile sentimentale anche Sigrid Undset, autrice di romanzi storici di ambientazione medievale che hanno come protagoniste eroine forti e coraggiose, come la celeberrima (in Norvegia) Kristin, figlia di Lavrans o la Vigdis che dà il titolo al romanzo “La saga di Vigdis” (pp. 176, Utopia, 18 euro). La storia d’amore tra la giovane protagonista e il forte guerriero Ljot dura poche pagine: quanto basta perché lui, impaziente e prepotente, la violenti e riceva da lei una maledizione di inimicizia eterna. Ma da quello stupro nasce un figlio, di cui la madre prima tenta di sbarazzarsi e che poi educa nell’odio del padre mai conosciuto. Così la saga procede seguendo le vite parallele dei due. Amore e morte, rimpianti e rimorsi, orgoglio e passione, violenza e vendetta: tutti gli ingredienti del romanzo d’avventura sono serviti da una scrittura asciutta, priva di psicologismi, senza commenti o sbavature, sul solco dei romanzi medievali di Chrétien de Troyes. La stessa Undset doveva assomigliare alle sue coraggiose eroine, visto che fu tra i primi intellettuali al mondo a esporsi contro il fascismo e il nazismo, tanto da doversi trasferire da Oslo negli Stati Uniti per rientrare poi dopo la guerra nella sua Norvegia, dove morì nel 1949. —

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