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Sul palco di Sanremo è scontro tra mondi: vecchi travestimenti e normale “diversità"
Che problema ha il nostro Paese con i ruoli di genere? Sul palco dell'Ariston coesistono e si scontrano due mondi in una lotta neanche troppo silenziosa
Che problema ha il nostro Paese con i ruoli di genere? Sul palco di Sanremo in questi giorni coesistono e si scontrano due mondi in una lotta neanche troppo silenziosa sugli stereotipi.
Da una parte ci sono Fiorello e Amadeus che provano in tutti i modi a far ridere i telespettatori con gag antidiluviane. Pare infatti che siano ancora divertenti due uomini in parrucca che ridicolizzano due icone della bellezza nostrana come Sabrina Salerno e Jo Squillo tirando fuori “Siamo donne”, reperto archeologico sanremese simbolo della liberazione sessuale in chiave pop. Il “Vizietto” non muore mai e si è maschi solo se si è Zlatan. Sembra anche che ci sia da scompisciarsi quando i due ancheggiano maldestri sulla lambada con la gamba di uno in mezzo alle cosce dell’altro. Cosa ne penserebbe Michail Baryšnikov di quei due ballerini? Si invoca pure la pluralità del pensiero quando parte l’applauso registrato dopo il “io sono direttore d’orchestra e non direttrice” della lucchese Beatrice Venezi. Perché sarà anche vero che ognuno può definirsi come vuole, ma l’italiano è un’altra cosa e il termine femminile di direttore esiste. Semplicemente si è sempre usato il maschile perché fino a qualche decennio fa era impensabile che esistessero delle bacchette femminili. Sembra quasi normale dal discorso di Barbara Palombelli suggerire alle ragazze di fare di più dei ragazzi, e quindi di «studiare fino alle lacrime, lavorare fino all'indipendenza» e lottare per mantenere i diritti che altre hanno conquistato per loro anni prima con lo stesso tono con cui una madre chiede alla figlia di mettere a posto la cameretta. Tutti pezzi di un mondo che ha perso qualche puntata rispetto al discorso sulla parità e sulla percezione di sé.
Dall’altra invece ci sono cantanti, ospiti e umanità varia che sale sul palco, che dissolvono con un soffio i ragionamenti su genere e orientamento. Non si parla solamente della «ondata gay pride» come l’ha chiamata sui social il senatore leghista Pillon, che da anni sventola i pericoli delle fantomatiche “teorie del gender”, ma di un modo moderno di vivere se stessi, anche da eterosessuali. Non c’è quindi da strabuzzare gli occhi se il mazzolin di rose e viole viene passato dalle mani della Michielin a quella di Fedez perché «facciamo una sera per uno». Tutto normale quando Damiano dei Maneskin, con i suoi ampi gigot della camicia, bustino e trucco sfumato, canta “Amandoti” occhi negli occhi con Manuel Agnelli. E lo stesso accade tra Gaia e la bellissima Lous and the Yakuza mentre intonano sensualmente “Mi sono innamorato di te”. Madame dedica una canzone d’amore a una donna perché è bisessuale: «tutti siamo dotati di organi genitali, tutti facciamo l’amore, il pudore lo associo a una chiusura mentale», ha detto in conferenza stampa durante il suo coming out. O Mahmood che esce nel vestito smanicato con gonna di Burberry. O Michele Bravi nella sua giacca lunga Margiela metà vestito e metà tulle ricamato. E poi c’è Achille Lauro che prende tutti questi ingredienti e li frulla nel suo mixer di orgoglio trap-punk in cui la sintassi, il bel canto e la dizione sono secondari, e mette in scena un matrimonio profano in bianco tra due uomini accompagnato da marcia nuziale distorta e il tricolore in mano, ripetendo il bacio a Boss Doms, padre di una figlia di quasi due anni. Perché si è italiani e fieri di esserlo anche senza la famiglia tradizionale. «Dio benedica chi se ne frega». Dello stereotipo, innanzitutto. —
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