Il presidio
«L’arte non muore e sta già risorgendo dalla crisi Covid con nuove forme»
Alessandro Schiavetti, curatore di mostre ed eventi, riflette sul presente e guarda al futuro del settore
Francesca Lenzi
Oscar Wilde affermava che «Si può esistere senza arte, ma senza di essa non si può vivere». Eppure ci stiamo abituando a farlo. Colpa del Covid-19 che ha paralizzato il mondo dell’arte. Ne abbiamo parlato con Alessandro Schiavetti, curatore d’arte e archeologo medievista.
Schiavetti è stato per sette anni direttore della Fondazione italo-svizzera Hermann Geiger, ideatore e curatore da molti anni di mostre ed eventi legati all’arte contemporanea, alla fotografia, all’antropologia e alla letteratura. Oltre ad aver pubblicato numerosi cataloghi, Schiavetti scrive su riviste di settore, ed è direttore artistico del Festival di letteratura e spettacolo #Raccontandoci, oltre che presidente di Acs Art Center, e collabora con più amministrazioni comunali e fondazioni per progetti legati all’arte contemporanea e allo sviluppo culturale del territorio.
Un anno di pandemia. Schiavetti, si ricorda cosa stava facendo un anno fa quando arrivò il virus?
«Sembra davvero un’eternità. Mi ricordo eccome, stavo preparando una mostra personale dell’artista italo-argentino Giuseppe Linardi. Quando mi sono accorto che la situazione pandemica stava diventando inesorabilmente grave stavamo per inaugurare la mostra, che irrimediabilmente slittò, e fu aperta a fine estate. Ma molti progetti in essere sono morti in quello stesso periodo».
Come sono stati questi ultimi dodici mesi nella pandemia?
«Sono stati due viaggi divergenti. Da uomo normale mi sono spaventato, e mi sono arricciato a scudo su famiglia e amici. Poi sono passato agli aiuti concreti, soprattutto rivolti alle categorie più deboli, nelle mie possibilità. Da uomo d’arte, non sono rimasto in difesa, ma ho cercato di scivolare via dalle sabbie mobili nelle quali un po’ tutti ci siamo trovati, colpiti e impreparati».
Cos’è stato possibile fare finora?
«Iniziative volte ad accumulare fondi e donazioni che potessero dare una mano tramite l’arte. La cultura deve essere uno dei motori della società che non può e non deve fermarsi. Ho programmato alcune trasmissioni serali online con ospiti per discutere delle problematiche da affrontare cercando di trovare soluzioni e ho progettato mostre virtuali, come l’ultima dedicata al mondo delle donne che si trovano vittime indifese nei paesi di conflitto di tutto il mondo, ritratte attraverso i bellissimi scatti di Pino Bertelli. Le mostre che sono riuscito a curare in estate, sono state invece aperte con ingressi ridotti e contingentati».
Pensa che il governo abbia dimenticato il mondo dell’arte?
«Chi ci amministra doveva capire molte cose ben prima della pandemia, che invece non ha compreso. Certo, il Covid-19 ha colto impreparati un po’ tutti e questo è comprensibile. Ci sono tantissime famiglie in questo momento che vivono situazioni drammatiche, intere categorie messe in ginocchio e senza un barlume di speranza all’orizzonte. Come in altri settori, quello dell’arte è piegato e ferito in profondità. La politica perde minuto dopo minuto credibilità, nonostante sia un mondo complesso e spesso mal filtrato. Il Governo può fare molto se agisce in fretta e sono sicuro che lo farà. È un suo dovere. Il sistema-arte, e non parlo solo a livello nazionale, è sottoposto a un massacro continuativo che giorno dopo giorno diviene sempre più impattante per tutti, nessuno escluso».
Qual è stato l’approccio delle persone nei confronti dell’arte in questo ultimo anno?
«Difficile. C’è chi ha continuato a nutrirsi d’arte anche da casa, magari leggendo più libri del solito, accelerando la sperimentazione fotografica o ad esempio fruendo dal proprio computer di mostre virtuali. C’è invece chi, comprensibilmente, ha riposto l’arte in un cassetto attendendo tempi migliori».
Cosa vuol dire un museo chiuso?
«Un museo chiuso, un teatro chiuso, un cinema chiuso significano un’opportunità perduta. Nutrirsi di cultura non solo garantisce stabilità per la generazione in corso, ma favorisce di fatto la qualità del pensiero collettivo, conservando l’evoluzione e garantendo uno stile di vita migliore. La chiusura dei luoghi di cultura significa l’abbattimento di una categoria intera».
Com’è nato il suo amore per l’arte?
«Ho avuto la grande fortuna di avere genitori che mi hanno trasmesso dei valori davvero importanti e con ingenti sacrifici. Mi hanno insegnato che le nostre mani sono il potenziale maggiore che abbiamo e che con quelle possiamo cambiare il mondo. Da grande, sono diventato archeologo e proprio grazie all’archeologia ho compreso l’immenso valore della tradizione, dell’arte e del suo messaggio che dall’alba dei tempi si protrae all’infinito; da qui l’amore estremo per le forme d’arte contemporanee, e che saranno fondamento della nostra storia futura. Il ricordo più bello si lega ai lunghi anni trascorsi da direttore della fondazione Hermann Geiger, e ad alcune mostre che curai in quel periodo, come quelle dedicate all’arte e alle tradizioni etniche delle popolazioni lontane degli Inuit dell’Artico e a quelle del popolo Lakota delle Grandi Pianure americane».
Il Covid-19 ha cambiato anche il futuro dell’arte?
«Certamente. Bisognerà tornare a guardare a terra, per far crescere quelle nuove forme di comunicazione che proprio in questo periodo stanno prolificando, nelle case, nei garage, sullo schermo di un monitor. Si assiste in questo periodo a un nuovo flusso di sperimentazioni, istintive e concettuali».
Come si vede e come vede in generale il mondo dell’arte fra un anno?
«Voglio chiudere gli occhi per un momento e veder tornare limpidi i profili del concetto di bello; un concetto che in questo periodo stiamo dimenticando. Mi auguro il suo ritorno come nucleo di vita, senza discriminazioni né indifferenza. L’arte può essere un veicolo trainante. Auspico la nascita di nuove comunità artistiche. La nostra Toscana è satura di spazi abbandonati, aree dismesse o trasandate che potrebbero essere concesse a gruppi di operatori culturali con progetti di qualità». —
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