Il presidio
«La comunicazione è usata come sfoggio di una presunta superiorità cognitiva»
Sergio Braccini
«Neologismi, pseudoanglicismi, anzi, “pseudoanglismi”, come preferisco definirli io, ormai sono e evidenti e frequenti in determinati contesti della comunicazione, non solo in quella sportiva. Sono delle specie di sottolineature, che evidenziano una supposta dimostrazione del “sapere”. Un segno dei tempi, non necessariamente da considerare come un’evoluzione culturale». È l’opinione di Vera Gheno, sociolinguista, traduttrice (è nata Gyöngyös in Ungheria) e una delle voci più note della linguistica italiana. Dal 2018, dopo aver collaborato per molti anni con l’Accademia della Crusca, lavora per Zanichelli. È inoltre docente all’Università degli Studi di Firenze, nonché co-conduttrice del programma “Linguacce” in onda dal lunedì al venerdì alle 15,30 su Rai Radio1.
«Non mi soffermerei solo sulla comunicazione in ambito sportivo, sulle tele e radiocronache, dove riconosco che si usano fin troppi termini di settore; a volte, lo ammetto, anche strani. In ogni forma di divulgazione, compresa quella dei social, ormai si parla una lingua che è infarcita di termini che vengono volutamente usati per evidenziare, almeno nelle intenzioni di chi li pronuncia, una conoscenza superiore a quella del destinatario del messaggio. Come dire: “adesso ti faccio vedere quanto ne so”. Una sottolineatura autoreferenziale a sostegno di una soddisfazione personale. Il linguaggio è cambiato, c’è poco da fare. Ma il “nuovo linguaggio”, se così lo vogliamo chiamare, è soprattutto una peculiarità distintiva dei media. Questo tipo di eloquio e il suo vocabolario accessorio, spesso infarcito di termini di derivazione anglofona, o provenienti dal mondo social, sono particolarmente presenti in determinati contesti della comunicazione o campi del sapere; li usiamo invece molto meno nel nostro parlare quotidiano».
«Cosa possiamo fare? Parliamo forse peggio che in passato? Non è esattamente così. Io penso piuttosto che oggi “vediamo” e “ascoltiamo” molto più di prima. Ma la capacità di usare bene la lingua, in ogni contesto, non può essere data per scontata: non basta la scuola dell’obbligo, se poi non alleniamo il muscolo linguistico per tutta la vita. Dunque, c’è bisogno di investire sulle competenze linguistiche delle persone. E a trarne vantaggio sarà di sicuro anche la comunicazione». —
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