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Il ritratto allegorico di Dante del Bronzino torna visibile
Gabriele Rizza
Il Covid non ferma il calendario di iniziative legate al settecentesimo anniversario della morte di Dante Alighieri. Che, da oggi al 31 maggio, a cura di Antonio Natali e Sergio Risaliti, trova consona accoglienza a Firenze, nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio. Dove, incastonato in una grande teca verde, campeggia sulla parete di fondo il ritratto allegorico del sommo poeta, un olio su tela dipinto nel 1532 da Agnolo Bronzino, proveniente da una collezione privata.
Stando a Giorgio Vasari, che lo racconta nelle sue “Vite”, il dipinto fu commissionato al pittore insieme ai ritratti di Petrarca e Boccaccio per ornare una camera della casa del colto banchiere fiorentino Bartolomeo Bettini (amico di Michelangelo Buonarroti). L’ambizioso progetto, che intendeva omaggiare i tre pilastri di una cultura letteraria che era già umanistica a tutti gli effetti, rimase incompiuto ma coinvolgeva i maggiori pittori attivi in città in quel periodo anticipando temi cari ai letterati della futura Accademia Fiorentina, temi quali la superiorità della lingua toscana e il rapporto tra arte e poesia. Dei tre ritratti solo quello di Dante è arrivato fino ad oggi. Conosciuto in passato attraverso un disegno preparatorio della testa del poeta (conservato a Monaco di Baviera), attraverso una copia su tavola oggi alla National Gallery di Washington e varie riproduzioni grafiche, è stato a lungo ritenuto disperso finché la tela non è stata rinvenuta presso un collezionista, accolta dalla critica come l’originale del ritratto dantesco ricordato nella biografia vasariana dedicata al Bronzino. Da esso è desunto il volto che vediamo nel frontespizio della “Divina Commedia”, pubblicata nel 1564 a cura di Francesco Sansovino. —
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