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la pellicola diventata un cult 

Firenze, la sua storia, l’arte, il cibo e la folle mente di Hannibal Lecter

Pietro Mattonai
Firenze, la sua storia, l’arte, il cibo e la folle mente di Hannibal Lecter

Sono tanti i riferimenti alla Toscana nelle pieghe della vita del protagonista de “Il silenzio degli innocenti” uscito trent’anni fa e vincitore di cinque Oscar  

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Pietro Mattonai

«Uno che faceva un censimento una volta tentò di interrogarmi: mi mangiai il suo fegato con un bel piatto di fave e un buon Chianti». Questo febbraio, trent’anni dopo l’uscita nelle sale cinematografiche de “Il silenzio degli innocenti”, è dedicato a celebrare una delle pellicole che hanno fatto la storia del thriller e dell’horror, conquistando ben cinque premi Oscar.

Nelle pieghe schizofreniche della vita del dottor Hannibal Lecter, però, non ci sono le metropoli scintillanti della East o West coast statunitense. La follia del personaggio interpretato da Anthony Hopkins non si dipana nelle strade a quattro corsie di New York o Los Angeles, ma nei vicoli bui e gotici della Firenze sconvolta dai delitti del Mostro e dall’esplosione della bomba in via dei Georgofili. Una città che, secondo Lecter, rispecchia la sua anima, fatta di luci e ombre. Ed è anche con il Chianti, tra i prodotti più pregiati e autentici della Toscana, che Hannibal Lecter esprime il suo amore per Firenze. Ma proprio perché si tratta di uno dei più inquietanti personaggi della storia del cinema, il Chianti è bevuto in accompagnamento al fegato di una delle sue vittime.

Luci e ombre che tornano e che non si escludono mai reciprocamente, coesistendo in una tensione inesauribile che rende unico il personaggio di Hopkins. Anche lontano da Firenze, Hannibal Lecter riesce a non distaccarsene. Nei pochi metri quadrati della sua cella di massima sicurezza di Baltimora, lo psichiatra si circonda di suoi disegni che ritraggono la città e i suoi luoghi più affascinanti. «Ha fatto lei tutti questi disegni, dottore?», chiede l’agente speciale Clarice Starling, interpretata da Jodie Foster ne “Il silenzio degli innocenti”. «Ah, questo è il Duomo visto dal Belvedere. Conosce Firenze?», la risposta di Lecter. È un legame profondo, quello tra Firenze e il protagonista del romanzo di Thomas Harris che Jonathan Demme ha tradotto sul grande schermo. Dopo la sua fuga al termine de “Il silenzio degli innocenti”, Hannibal Lecter, nel sequel “Hannibal” diretto da Ridley Scott (2001), si rifugia proprio a Firenze. Qui, pur cambiando nome per cercare di sfuggire alle ricerche dell’Fbi, il dottor Lecter si tuffa nella vita fiorentina, potendo sfoggiare la sua passione e la sua conoscenza sull’arte e sulla cucina in una città che ne è, a pieno titolo, una delle capitali. Divenuto curatore della collezione di Palazzo Capponi, a due passi da Ponte di Santa Trinità, Lecter sfoggia una genuina inflessione fiorentina e lascia di stucco i visitatori citando Dante a memoria. E ancora, alla Farmacia di Santa Maria Novella, il dottor Lecter acquista unguenti e saponi profumati. Ma le radici di questo rapporto tra individuo e città affondano nel male. Lo stesso Lecter si convince di essere così intimamente legato a Firenze in quanto discendente di Giuliano Bevisangue, una figura oscura del XII secolo toscano della dinastia dei Guidi, così chiamato anche dal Boccaccio perché solito leccare la spada insanguinata con la quale uccideva i propri nemici.

La risposta sull’autenticità di questa discendenza, però, non viene data. Lecter è costretto a fuggire da Firenze e a far ritorno negli Stati Uniti dopo aver ucciso Rinaldo Pazzi, ispettore di polizia e discendente della famiglia Pazzi. Proprio come Francesco, uno dei principali responsabili della Congiura dei Pazzi, Rinaldo viene gettato da un balconcino di Palazzo Vecchio col ventre squarciato. Un intreccio di bellezza e violenza, di luci e di ombre che fanno di Hannibal Lecter e di questa Firenze letteraria – e cinematografica – due facce della stessa medaglia. —

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