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Da “tafazzismo” e “petaloso” fino a “cringe”, così la Crusca diventa pop
Le nuove parole sdoganate dall’Accademia, certificando così il loro passaggio definitivo dal web alla vita “analogica”
Pietro Mattonai
Matteo, ormai, starà frequentando le scuole medie. Era il 2016 quando, insieme alla maestra delle elementari, chiese all’Accademia della Crusca di dirimere la controversia nata durante un suo esercizio in classe: un fiore, pieno di petali, può essere “petaloso”? La risposta dell’Accademia della Crusca arrivò: come “peloso” (pieno di peli) e “coraggioso” (pieno di coraggio), “petaloso” può descrivere un fiore pieno di petali. Per diventare di uso comune, però, l’aggettivo dev’essere condiviso da molti. E, per ora, sembra sulla buona strada: gli stand petalosi che dovrebbero accogliere i vaccinandi nei mesi futuri, in questo senso, hanno dato una mano. Nella cultura pop, per esempio, c’è già “tafazzismo”, l’atteggiamento autolesionista del personaggio di Giacomo del trio comico con Aldo e Giovanni. Sempre di più, però, è internet a cambiare il nostro modo di parlare. O almeno, quello di chi si appresta a creare un’altra cultura pop.
VITA VIRTUALE
La capacità del virtuale di modellare il reale? È tutta in un tweet. Il 31 maggio 2017, sei minuti dopo la mezzanotte di Washington, l’ormai ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump cinguettò soltanto sei parole: “Despite the constant negative press covfefe”. Traduzione: “Nonostante la costante covfefe negativa della stampa”. No, non ci sono errori, o almeno non nella traduzione. Trump era inciampato in un errore di battitura, che verrà eliminato soltanto sei ore dopo. Fatto sta che mentre Washington si ritirava dall’accordo sul clima di Parigi del 2015, su Google la ricerca “accordi di Parigi” veniva superata da quella, appunto, di “covfefe”. Il virtuale, allora, aveva superato il – o sconfinato nel – reale. In ogni caso, “covfefe”, sul cui significato è ancora aperto il dibattito, non è riuscito ad arrivare fino all’Accademia della Crusca. Che, al contrario, ha deciso di dedicare una scheda a un altro termine nato virtuale, ovvero “cringe”, certificandone il passaggio definitivo dal web alla vita analogica. Attualizzando Hegel, “tutto ciò che è virtuale è reale”.
CHE CRINGE
Nei primi giorni del 2021 l’Accademia della Crusca ha pubblicato tre schede su tre nuove parole. Le prime due sono entrate di diritto causa emergenza sanitaria: “contact tracing” e “contact tracer”, ovvero l’azione e il soggetto del tracciamento dei contatti. Niente di sorprendente. Ha una storia diversa, invece, “cringe”: come le altre due proviene dall’inglese, ma niente ha a che fare col Covid. La traduzione data dall’Accademia della Crusca stessa è duplice: come aggettivo, “imbarazzante, detto di scene e comportamenti altrui che suscitano imbarazzo e disagio in chi le osserva”; oppure, come sostantivo, “la sensazione stessa di imbarazzo”. Caso esemplare? La classica serata in famiglia in lockdown, in cui si decide di guardare tutti insieme un bel film. Peccato che, ad un certo punto, arrivi la scena di nudo. Quale miglior parola per descrivere l’imbarazzo dei figli di fronte ai genitori? “Che cringe”. Che imbarazzo. E magicamente, ciò che prima pullulava soltanto in chat, social e blog, arriva direttamente in casa. Cambiando il modo di parlare.
DIALETTO DIGITALE
“Cringe” è soltanto l’ultima delle parole prestate dal web alla quotidianità. Il veicolo, va da sé, sono prevalentemente i giovani, quei Millennial che con la tecnologia sono nati e che, causa isolamento da Coronavirus, con la tecnologia convivono sempre di più. E allora ecco che, negli anni, l’Accademia della Crusca ha accolto “blastare”, che dal verbo anglosassone “to blast” indica l’attacco violento e pubblico soprattutto sui social network; e ancora, “bufu”, epiteto da non rivolgere ai propri cari, oppure “skillato”, colui che è competente, abile o esperto di un determinato argomento. Un vero e proprio dialetto digitale che l’Accademia della Crusca, con le sue traduzioni, cerca di convogliare i più possibile nella lingua di tutti noi, per evitare che il fossato intergenerazionale esistente risucchi anche la comunicazione. Una sfida non semplice, ma da accettare. Soprattutto per i giornali: giocoforza, i riferimenti culturali di oggi non saranno quelli di domani. Costruire una lingua condivisa per i lettori che verranno è pedagogia, non imbonimento. —
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