Il presidio
Pinocchio spaventa gli americani. “Obbligo di visione coi genitori”
Sotto accusa alcune scene “a rischio emulazione” del film di Matteo Garrone. La sociologa della Fondazione Collodi: «Nessuna violenza, sono gesti di crescita»
Pescia. Bollino giallo per “Pinocchio”, il film del 2019 di Matteo Garrone, premiato con cinque David di Donatello e sei Nastri d’Argento. La sua visione può nuocere ai bambini fino ai 13 anni, meglio che un adulto stringa loro la mano. Per evitare che il pargolo sobbalzi dalla paura o, peggio, che pianga e poi non dorma.
La forza delle immagini e quella dell’emulazione sono affar serio se negli Stati Uniti la pellicola dove Roberto Benigni è Mastro Geppetto ha ricevuto l’etichetta “parental guidance 13”, raccomandata dalla Motion Picture Association of America. Una censura in stile Minculpop che ha dello sconvolgente per un lungometraggio (l’ultimo della serie) basato sul terzo romanzo più tradotto e più letto al mondo (dopo la Bibbia e il Corano). “Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino” è per noi un capolavoro, la metafora della vita e della condizione umana. È la narrativa (per ragazzi) che si fa filosofia. Allegoria della società, una morale, è pedagogia, psicanalisi. Il naso che si allunga è avvertimento che fa da monito per ogni genitore che si trova davanti un figlio sospettato di aver detto una bugia. Al di là dell’Oceano evidentemente vedono questi simbolismi, che nulla hanno di terrificante, in un altro modo. «La questione non è banale – sottolinea Marina D’Amato, professoressa ordinaria di Sociologia all’Università di Roma Tre e componente del comitato direttivo della Fondazione nazionale Carlo Collodi, che insieme al Parco di Pinocchio ha sede nella frazione di Pescia (Pistoia) dove Carlo Lorenzini (in arte Collodi), nato a Firenze, trascorse la sua infanzia, tanto da utilizzarlo come pseudonimo nella sua vita di scrittore.
Negli Usa se la prendono in particolare con due scene del film di Garrone. La prima: la sequenza in cui Pinocchio lancia un martello in faccia al Grillo Parlante. Detta così, evasa dal contesto, sembrerebbe sul serio violenta. «Per noi italiani ed europei quel duro comportamento sta a significare la rabbia come scatto di crescita di fronte a una coscienza che parla per verità, e sta anche a significare metaforicamente quell’uccisione del padre di freudiana memoria, che durante l’adolescenza è indispensabile per divenire, staccandosi da lui, un individuo adulto», spiega D’Amato. La seconda scena: Pinocchio, dopo essere stato rapito da Mangiafuoco, fugge buttandosi in mare, fa fatica a nuotare e viene inghiottito da una balena-pescecane dove ritrova suo padre. Ancora la professoressa: D’Amato: «Per noi quella drammatica scena evoca la forza di non voler essere più sudditi di qualcuno, di Mangiafuoco in questo caso, e quel salto nel mare aperto evidentemente sta a significare la difficoltà di riprendersi la propria libertà anche a costo della vita». Si diceva la filosofia. Le immagini come stimolo (per bambini e adulti) a interrogarsi sul proprio essere, sul proprio io, sulla libertà, sulla crescita dell’individuo. «Che siano questi i tabù da non infrangere?», si chiede D’Amato, che riflette sull’omologazione e ispirazione a stelle e strisce «da quella che fu definita la macdonaldizzazione del pianeta».
Saremo omologati, ma restiamo (ancora) diversi, perlomeno in alcuni valori. Diversi da un Paese dove un’arma si acquista al supermercato, o viene regalata all’apertura di un conto in banca. Ma la diffusione della violenza è responsabilità dei mass media. È responsabilità di Pinocchio. «Il male verrebbe così dall’impalpabile influenza mediatica», sintetizza così la sociologa la tesi di alcune analisi svolte sul tema. E poi cita delle ricerche condotte dal Governo federale persuaso nel valutare quanto la visione di scene violente potesse influire sui comportamenti aggressivi dei bambini. Si comincia nel 1933 con il cinema muto, conclusione: l’influenza presunta nei comportamenti aggressivi a scuola non era aumentata nel gruppo di chi era stato esposto ai film, e aveva la stessa incidenza percentuale di quella rilevata tra i ragazzi che non avevano subito influenze mediatiche. Da allora, oltre tremila studi negli Usa sui comportamenti devianti per dimostrare in qualche modo che fossero condizionati per imitazione dalla visione di atti violenti. Clinton commissionò all’Università della California un lavoro che arrivò a quantificare gli elementi che compongono la violenza e a dargli un punteggio. Sulla necessità di tutelare i minori non si discute. Il sistema del bollino a semaforo (verde, giallo e rosso) per la classificazione della trasmissioni televisive ce lo abbiamo anche noi, introdotto dalla metà degli anni Novanta. Ma per Pinocchio no, lasciatelo stare.
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