Il Tirreno

Beethoven, il genio fragile e ribelle di cui sono innamorati cinema e tv

Gabriele Rizza
Beethoven, il genio fragile e ribelle di cui sono innamorati cinema e tv

La musica del compositore tedesco è la preferita da registi e produttori 

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Gabriele Rizza

A 250 anni dalla nascita la musica di Beethoven ha accompagnato il 2020. Taglieggiato dall’epidemia con relativa sospensione di molti appuntamenti, l’anniversario è spesso finito sulla Rete. Che può essere il mezzo (a prescindere dal Covid) per scoprire il trattamento che il cinema ha riservato al compositore. Sia da protagonista che come autore di “colonne sonore”, il più saccheggiato insieme a Bach e Mozart (seguono Wagner, Verdi, Puccini, Chopin).

La vita sullo schermo di Ludwig è una lunga sinfonia. I primi accordi già al tempo del muto: “Der martyrer seines herzens” del 1918, “Beethoven’s moonlight Sonata” del 1920 e “Das Leben des Beethoven” del 1927 dell’austriaco Hans Otto, con Fritz Kortner. Poi arriva Abel Gance. Il maestro francese, pioniere delle teorie e delle tecniche del montaggio, fa le prove nel 1918 (“La dixième symphonie”) e nel 1936 gira “Un grand amour de Beethoven”. Ma la vita di Beethoven non smette di sollecitare la fantasia di produttori e sceneggiatori. Eccolo raccontato a tutto tondo in “Eroica” di Karl Hartl (1949); fugacemente impersonato da Eric von Stroheim nel “Napoleon” di Sacha Guitry (1954); diventa “Il magnifico ribelle” secondo Georg Tressler (1962) che ripercorre episodi giovanili, protagonista Karl Heinz Bohm. Poi lo scopriamo “Ludwig Van” nel film sperimentale girato nel 1970 da Mauricio Kagel per la tv tedesca. E ancora emerge nel francotedesco “Il nipote di Beethoven” di Paul Morrissey (1985); lavora in televisione per la Hbo ( “Beethoven lives upstairs” di David Devine, 1992) e per la Bbc (“Eroica” di Simon Cellan Jones con Ian Hart, 2003); si sdoppia in “Io e Beethoven” (2006) di Agnieszka Holland che ripercorre gli ultimi anni di vita, con Had Harris e Diane Kruger; rivela i suoi tormenti amorosi in “Amata immortale” di Bernard Rose, con Gary Oldman, prima di finire nel mirino del professor Mondrian Kilroy (John Hurt) e della sua “Lezione ventuno” sulla Nona Sinfonia, nell’omonimo scritto e diretto nel 2008 da Alessandro Baricco.

Sterminato è l’utilizzo delle musiche beethoveniane come colonna sonora. Bunuel sfrutta la Terza Sinfonia nell’“Age d’or”; la “Patetica” veleggia nel “L’età dell’innocenza” di Martin Scorsese; il terzo episodio della “Fantasia” di Walt Disney si muove sulle note della “Pastorale”; “Per Elisa” sfuma nella viscontiana Morte a Venezia e scolora gli incubi di “Rosmary’s Baby” di Roman Polanski, che in seguito se ne riappropria per “Che” e per “Il pianista”, con Adrien Brody. Beethoven finisce in Fassbinder ( “Selvaggina di passo”), in Marguerite Duras (“India Song”) e naturalmente in Kubrick che ne fa il coprotagonista di “Arancia meccanica”. Ma è soprattutto Jean-Luc Godard a sfruttarne il potenziale in svariate occasioni: da “Tous les garcons s’appellent Patrick” del 1957 a “Hélas pour moi” del 1993 passando per “Une femme mariée” (1964), “Deux ou trois choses que je sais d’elle” (1966), “Passion” (1982), “Prenom Carmen” (1983), “Allemagne année 90 neuf zero (1992). Chiudiamo con Suzanne Clément che sprigiona tutta la sua sensualità “cantando” sotto la doccia al ritmo della Quinta Sinfonia in “Laurence anyways” di Xavier Dolan (2012). —

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