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Alì e i padri del Tirreno: il giornale salvato dai lavoratori licenziati e dal sindaco, la nostra storia parte da quella ribellione
1976-1977: l’editore decise la chiusura, la reazione dei dipendenti cambiò il finale alla storia. Con l'aiuto del primo cittadino Nannipieri che requisì testata e palazzo
Questo non è un giornale come gli altri. Questo che state sfogliando o leggendo sul vostro smartphone o sul pc è un giornale che a un certo punto non doveva più esserci, messo davanti al plotone d’esecuzione della chiusura da parte dell’editore che l’aveva comprato ben sapendo che per lui sarebbe stato il doppione del concorrente che già era suo. E che proprio per questo aveva deciso di sbarazzarsene per far restare la Toscana costiera con una voce sola.
Aveva già compiuto 99 anni, quella mattina del 1° luglio del 1976, quando i postini cominciarono a recapitare le lettere di licenziamento agli oltre duecento dipendenti del giornale, che allora si chiamava “Il Telegrafo” in una staffetta di testate con “Il Tirreno” che era già oltre il primo passaggio di testimone.
E accadde qualcosa di unico e di grande. Quei lavoratori dissero no e non si fermarono alla protesta. Tutti, dal direttore Carlo Lulli all’ultimo assunto, si trovarono spontaneamente dentro il palazzone di viale Alfieri 9 a Livorno e non si limitarono alla protesta. Si chiusero dentro e decisero che questo giornale non doveva morire. Si misero al lavoro formando una cooperativa, riducendosi gli stipendi e pagando la carta e i fornitori con i soldi delle loro liquidazioni.
E se oggi siamo qui, con un nuovo editore a raccogliere il testimone di questa storia immensa, ormai arrivata oltre il 143esimo anno, lo dobbiamo a 209 lavoratrici e lavoratori che diventarono madri e padri di questo giornale, sottraendolo di fatto al plotone d’esecuzione che avrebbe ferito gravemente anche la libertà di informazione.
Pochi mesi dopo, a quelle 209 persone, si aggiunse l’uomo che in queste stanze va considerato al pari del fondatore Giuseppe Bandi. Quell’uomo si chiamava Alì Nannipieri ed era il sindaco comunista di Livorno. Quando, dopo mesi di appassionata e tormentata autogestione, l’editore tornò alla carica ottenendo dal pretore la restituzione dell’immobile e lo sgombero forzato dei lavoratori, lui si mise di traverso con addosso la fascia tricolore. Lo fece con il voto unanime del consiglio comunale: democristiani, comunisti, socialisti, socialdemocratici, repubblicani. Tutti uniti nel dire forte e chiaro «giù le mani dal giornale». Di fatto quel “giù le mani” in qualche modo lo avevano già gridato più volte i cittadini che cominciarono a comprare anche più copie del giornale per dare sostegno. Lo avevano già gridato gli operai delle fabbriche e i lavoratori portuali che erano andati a dare man forte a giornalisti e tipografi nei turni di guardia al palazzo che oggi ospita la redazione e all’epoca anche la rotativa. Anzi, facevano di più: ritiravano pacchi di giornali da andare a vendere di fronte ai cancelli delle fabbriche. Poi tornavano con l’incasso e neanche una copia rimasta invenduta.
L’ingresso era picchettato perché si temeva da un momento all’altro un blitz delle forze dell’ordine su mandato della magistratura, spinta dai ricorsi del proprietario che questo giornale lo aveva abbandonato, ripudiato nel modo peggiore. Arrivò anche la voce del vescovo di Livorno, Alberto Ablondi, e poi quella dei responsabili delle altre diocesi della Toscana costiera, degli altri sindaci.
I lavoratori del giornale volevano comprare la testata, avevano capito che c’era un futuro anche in autogestione, grazie a quella spinta popolare. Poi il vecchio proprietario cambiò idea e chiese al pretore di rientrare in possesso di quel che di fatto era ancora suo.
Quando tutti temevano il blitz della polizia, ecco che all’ingresso si presentò il sindaco di Livorno, un omone con gli occhialoni spessi e la mano protesa con alcuni fogli ancora freschi di battitura a macchina. Era un decreto di requisizione del giornale, che faceva leva su una legge che consentiva al sindaco di disporre della proprietà privata per gravi necessità pubbliche.
E altro non era che far sì che ci fosse la possibilità di informare, di essere informati. Quell’atto garantiva il diritto alla conoscenza sul quale si appoggiano le fondamenta della democrazia. Riletto oggi, quel foglio firmato dal sindaco rappresenta una lezione di diritto, è tutto il contrario del “balconismo” imperante che vorrebbe imporre l’eliminazione delle figure di mediazione e far strada ai reggitori di microfono, con il politico, il potente di turno in alto a spiegare a suo modo, senza domande o con domande e risposte fabbricate ad arte. Soprattutto con il popolo sotto il balcone, a testa in su, costretto solo ad ascoltare, inebriato da quel falso contatto diretto che altro non è che l’atto protervo del potere gestito per perpetuarlo.
«La stampa serve chi è governato, non chi governa». È una frase tratta dalla sentenza della Corte suprema americana sull’azione legale promossa, all’inizio degli anni Settanta, dal presidente Usa Richard Nixon contro il Washington Post e il New York Times per la pubblicazione di documenti sulla guerra in Vietnam coperti dal segreto di Stato. Una storia finita in un film meraviglioso dal titolo “The Post”, una storia molto diversa da quella del nostro giornale ma che ha un indubbio punto di contatto: i giornali non sono solo un’impresa economica. Rappresentano un bisogno fondamentale per la democrazia.
Noi ci siamo da quasi 144 anni e oggi ripartiamo con un nuovo editore (Sae, Sapere Aude Editori) riconoscendo a queste donne a questi uomini di essere stati i nostri “antenati”. Senza di loro oggi non saremmo qui a celebrare un altro momento di passaggio epocale, per fortuna senza alcun punto di contatto a livello di drammaticità.
Alì Nannipieri è scomparso il 24 novembre 2007 fra la commozione di quei lavoratori che lo videro arrivare con quel foglio in mano che aprì la strada al futuro, fino all’acquisizione del giornale da parte dell’editore Carlo Caracciolo e del Gruppo Espresso. I protagonisti di quell’epoca non ci sono più: dal direttore Carlo Lulli ai suoi successori Pier Augusto Macchi e Mario Lenzi, l’uomo che poi creò la catena dei quotidiani locali del Gruppo Espresso. Ma i valori di quel passaggio restano e sono il nostro faro. E oggi sarebbe stato bello poter consegnare simbolicamente una copia del Tirreno a ognuno di loro: al sindaco Nannipieri e ai 209 lavoratori che decisero che questo giornale non doveva morire. Molti di loro non ci sono più e l’emergenza coronavirus consiglia prudenza. Per questo rimediamo in modo più tenue ma non meno deferente con questo paginone con i loro nomi, tutti in fila qui di seguito.
È il modo più semplice e più sentito per non fermarci a un semplice e doveroso grazie.
Ecco i nomi dei nostri “antenati”
Carlo Lulli, Bruno Tognetti, Giuliano Fontani, Massimo Pilo, Augusto Vivaldi, Giovanni Sillicani, Vinicio Saltini,> Pierluigi Rossi,
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