Il Tirreno

Franco Nero e quel ritorno a Django «Giro il sequel con un cameo di Tarantino»

FULVIA CAPRARA
Franco Nero e quel ritorno a Django «Giro il sequel con un cameo di Tarantino»

Il grande protagonista di tanti western e un progetto affascinante. «Come se il tempo non fosse passato» 

4 MINUTI DI LETTURA





L’INTERVISTA

FULVIA CAPRARA

La frase scelta per il lancio era «Un nome misterioso per un uomo implacabile». Nessuno poteva immaginare l’immenso successo che avrebbe scatenato. Era il 1966 e, dopo diverse peripezie, Django di Sergio Corbucci, arrivava finalmente nelle sale, prima in quelle italiane, dove fecero grande scalpore alcune scene particolarmente truculente e, più tardi, in quelle americane dove il perfetto esemplare di western all’italiana iniziò un percorso trionfale, che non si è mai fermato. Al centro del racconto, la figura enigmatica di un reduce della Guerra Civile che, in una città di confine tra il Messico e gli Usa, entra in scena trascinandosi dietro una bara. Lo interpretava Franco Nero (nome d’arte derivante da Francesco Sparanero), all’epoca 23 anni, già apparso, nei panni di Abele, nella Bibbia di John Huston: « Ford aveva John Wayne - avrebbe detto anni dopo Corbucci -, io ho Franco Nero». Per questo non poteva spettare che all’attore, marito di Vanessa Redgrave, il compito di raccogliere l’eredità del cult internazionale: «Al solo annuncio del progetto - dice Franco Nero - ho ricevuto una decina di richieste di interviste dall’America alla Colombia». A chiudere il cerchio dell’impresa, nel nuovo film, intitolato Django vive ancora , sarà il «cameo» di Quentin Tarantino che, nel segno del venerato film di Corbucci, ha firmato, nel 2012, Django unchained, affidando a Franco Nero il ruolo di Amerigo Vessepi. Amato da John Wayne e Jack Nicholson, conservato al Moma di New York, citato nella saga di Star Wars , l’immortale Django è pronto per l’ennesima reincarnazione: «Le riprese dovevano iniziare in primavera, a New Orleans - dice al telefono Franco Nero - la pandemia ha bloccato tutto. E’ un progetto da 20 milioni di dollari, un signor film».

Che cosa racconterà?

«La storia è ambientata nel 1915, quando, negli studios si facevano i film muti, allora i grandi eroi del West, come Whyatt Earp e Buffalo Bill, venivano ingaggiati come consulenti. La mia prima idea era che anche Django venisse arruolato come loro, poi, però, lo sceneggiatore John Sales mi ha fatto notare che Django doveva essere umile, una persona semplice, che lavora nelle stalle. Lì conosce un giovane messicano, fanno amicizia, insieme lasciano Hollywood e vanno in New Mexico. Arrivano in una cittadina dove i poveri sono vessati dagli uomini di potere e dove Django, piano piano, mentre la gente continua a chiamarlo "il vecchio", inizia ad aiutare i più deboli, facendo cose impossibili».

Come sarà il «cameo» di Quentin Tarantino?

«C’è una scena in cui Django, in giro con il suo ronzino, vede un set. Chiederò a Tarantino di interpretare il regista di quel film, in una sequenza in cui ci sono attori che devono fare una cosa complicata con dei cavalli. Nessuno sa cavarsela, Django chiede di tentare, ci riesce, e poi se ne scappa sul cavallo, lasciando lì il ronzino».

Non tutti possono contare su un «cameo» di Tarantino, lei, invece, sì. Perchè?

«Qualche anno fa gli avevamo chiesto di fare una piccola parte in un film di Castellari sui bambini che fanno la boxe. Mi ha detto subito "ok, lo faccio", poi il film non si è più fatto. Sarà così anche stavolta, ma glielo dirò appena tutto è certo al 100%».

Che cosa significa tornare a vestire i panni di una figura così celebre?

«Django è amato in tutto il mondo. Negli alberghi, invece di registrarmi con il mio nome, mettevano solo "Django". Per me recitare in questo film significa tornare giovane, sono passati 50 anni, ma Django fa più o meno le stesse cose che ha sempre fatto. Anche in Django vive ancora ci saranno gli incappucciati del Ku Klux Klan, come nel film originale».

Chi sarà il regista?

«Si chiama Christian Alvart, è tedesco, si è innamorato della sceneggiatura. Avevo pensato allo sceneggiatore, John Sayles, ma sa come sono gli americani, siccome viene da un insuccesso da regista, non lo vogliono».

Ha una carriera piena di titoli noti, di che cosa è più fiero?

«Sono fiero dell’essere riuscito a fare il lavoro che volevo, sono un gitano, mi piaceva girare per il mondo e ci sono riuscito. E poi sono fiero perchè, da 55 anni, sono impegnato, a Tivoli, nel Villaggio Don Bosco che si occupa di orfani e ragazzi con problemi. E poi perchè sono nonno di 5 nipoti stupendi che, purtroppo, adesso, non posso vedere». —



Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Meteo

Maltempo in Toscana, scatta l’allerta gialla: temporali forti, vento e grandine – Ecco dove

di Redazione web