Il Tirreno

UN GRANDE DEL CINEMA ITALIANO 

Dieci anni lunghissimi senza Monicelli: i maschi imperfetti e la magia delle donne

FULVIA CAPRARA
Dieci anni lunghissimi senza Monicelli: i maschi imperfetti e la magia delle donne

Il regista si suicidò il 29 novembre 2010 all’età di 95 anni Spigoloso con le attrici, ma erano il centro del suo mondo 

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FULVIA CAPRARA

L’intelligenza del fare, dello schierarsi per le cause in cui credeva, dell’intuire dove sarebbe andato il mondo in cui aveva vissuto per 95 anni, fino alla sera del 29 novembre 2010, ha segnato l’opera di Mario Monicelli.

Un primo sguardo, molto superficiale, potrebbe restituire l’immagine di un autore dedito a un universo prevalentemente virile, composto da maschi inetti, umiliati o fanfaroni. Ma il contraltare di quelle armate Brancaleone, di quegli amici loro tutti scherzi e meschinità, di quei soldati fifoni fino allo scatto d’orgoglio della Grande guerra, di quei Totò disperati, in cerca di un tetto nell’Italia degli sfollati, sono sempre state le donne. Tenaci come Anna Magnani in “Risate di gioia”, temerarie come “La ragazza con la pistola” interpretata da Monica Vitti, irriducibili come Goldie Hawn in “Viaggio con Anita” , determinate come Faith Minton in Temporale Rosy. Per non parlare dell’affresco di “Speriamo che sia femmina”, scritto con Suso Cecchi D’Amico, dove, contando su un cast stellare, Liv Ullman, Catherine Deneuve, Stefania Sandrelli, Giuliana De Sio, Athina Cenci, l’autore delineava le nuove contraddizioni dell’eterna guerra fra i sessi. Si seppe che sul set non c’era stata grande solidarietà femminile, anzi, ma come ha raccontato Giuliana De Sio, il tocco del Maestro fece sì che, sullo schermo, l’impressione risultasse opposta.

Non c’è attrice che, del lavoro con Monicelli, non descriva l’intesa autentica, lo spirito acuto, la gentilezza celata sotto i modi ruvidi: «Dicevano che Monicelli trattasse male gli attori – racconta Margherita Buy – a me non è mai capitato, non ha mai detto cose sgradevoli, anzi, era molto carino e gentile. Certo, non faceva complimenti, né avrebbe potuto farne vista la sua fama, però qualche complimentino nascosto io l’ho colto».

Lo stile burbero lasciava trasparire delicatezze da cogliere al volo, magari nel bailamme di un set: «In “Parenti serpenti” – ricorda Marina Confalone – stava dietro la macchina da presa e io, pur non vedendolo, sentivo che faceva il tifo per noi. Sentivo il suo sorriso». Per Ornella Muti, diretta in “Romanzo Popolare”, l’incontro col regista, e poi le riprese del film, coincisero con la prima gravidanza: «Scoprii di esser incinta di Naike – ha raccontato – chiamai Mario e gli dissi che era meglio che cominciasse a trovare una sostituta. Mi rispose “Sei pazza? Vieni qui, ti sbrigo e poi fai quello che vuoi”. Disse proprio così “ti sbrigo”, mi fece capire che ci teneva, che mi aveva scelto e che non voleva rinunciare a me. Fu un’enorme iniezione di fiducia». Durante la lavorazione dell’Armata Brancaleone, Catherine Spaak ha confessato di aver vissuto momenti di disagio a causa di «una presenza maschile molto forte e dominante». L’unico a smarcarsi da quel clima di esasperata goliardia era stato Monicelli: «Sul set era secco e autoritario – ha dichiarato Spaak –. Ho imparato a non farmi ingannare dalla sua corazza. L’ironia, il sarcasmo, a volte persino il cinismo, sono le armi affilatissime che ha sempre usato per non rivelarsi». Alle donne della sua vita vera, Mario Monicelli aveva riservato lo stesso cocktail di ironia e sincerità, uno sguardo lucido, mai assolutorio, soprattutto se si trattava di se stesso.

La moglie Chiara Rapaccini racconta gli ultimi anni, le visite in ospedale, l’irrequietezza: «Spesso mi chiedeva “come mai non muoio mai? Guarda che ho quasi cento anni, sono sazio dei giorni. Non penserai di preparami la torta di compleanno con le cento candeline e le tv locali che mi fanno l’intervista sulla poltrona a rotelle? ». La scelta finale, lanciarsi dal quinto piano dell’ospedale romano in cui era ricoverato, suona oggi come la risposta logica a quelle ansie. –

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