Il Tirreno

FIRENZE 

Brancacci, scrigno d’arte Via ai lavori di conservazione

G.R.

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FIRENZE

La Cappella Brancacci, nella chiesa di Santa Maria del Carmine a Firenze, rappresenta uno degli esempi più alti e spettacolari della pittura del Rinascimento. La sua creazione impegnò Masaccio e Masolino dal 1424 al 1428 prima di essere completata da Filippino Lippi. Il prezioso ciclo di affreschi richiede una attenzione particolare rivolta soprattutto al mantenimento dello strato pittorico e del suo splendore cromatico. Istruito dal Comune, in accordo con la Soprintendenza e il Cnr, il piano di verifica e controllo dello spazio approfitta di questo periodo di chiusura forzata per verificare lo stato di salute degli affreschi. Le operazioni di monitoraggio prendono il via oggi. La Cappella fu fondata dalla famiglia Brancacci nel tardo Trecento e si deve al ricco mercante Felice Brancacci la commissione nel 1423 degli affreschi con le storie di San Pietro. Vi lavorano insieme Masolino e Masaccio ma a causa della partenza del primo per l’Ungheria e del secondo per Roma, gli affreschi rimangono incompiuti. In seguito all’esilio del Brancacci, caduto in disgrazia per le sue simpatie antimedicee, i frati del convento faranno cancellare i ritratti di tutti i personaggi legati alla sua famiglia e nel 1460 intitolano la cappella alla Madonna del Popolo, inserendovi la venerata tavola duecentesca. Soltanto nel 1481 Filippino Lippi effettuerà il ripristino e il completamento delle scene mancanti. Scampata all’incendio che nel 1771 devastò la chiesa, la cappella venne acquistata nel 1780 dai Riccardi, che rinnovarono altare e pavimento. —G.R.

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