Il presidio
Un lungo racconto che copre l’arco di oltre mezzo secolo
Il libro di Mario Tredici attraversa quest’arco temporale lunghissimo senza far concessioni a miti e leggende metropolitane o comunque a quel che ci farebbe tanto piacere credere. A cominciare dall’idea che Livorno fosse la culla naturale del Pci dopo la spaccatura al congresso socialista del Goldoni nel ’21: invece qui da noi gli scissionisti ebbero fra le percentuali più basse in Toscana.
Non basta: Tredici mette in luce il ribellismo diffuso dei ceti popolari o il funerale del martire antifascista Mario Camici trasformato in una manifestazione collettiva di dissenso, sottolinea che nei report di questura Livorno veniva considerata la peggiore città dal punto di vista della disciplina di regime. Eppure al tempo stesso evita la mitizzazione della città “rossa” anche durante il Ventennio: a costo di ridurre l’impatto della storia che racconterà, apre il libro con una puntigliosa ricostruzione delle condizioni materiali (e dell’immaginario collettivo) nella Livorno in cui il fascismo seppe costruire un robusto apparato per la creazione di consenso.
L’antidoto contro le mitizzazioni l’aveva già applicato nei libri precedenti su Ilio Barontini, ricordando come fosse stato accompagnato anche da giudizi negativi nell’ascesa che lo portò a lungo anche in Urss.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
