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al museo di napoli 

I Romani a Pompei usavano l’olio d’oliva. Scoperta la bottiglia più antica del mondo

Guido Fiorini
La bottiglia di olio d'oliva trovata al Museo Archeologico Nazionale di Napoli
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La bottiglia di olio d'oliva trovata al Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Trovata nel magazzino da Alberto Angela girando SuperQuark nel 2018, dopo due anni le analisi confermano: è del 79 d.C.

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NAPOLI. «Eumachia, passami l’olio»: chissà se il ricco patrizio, adagiato nel triclinio invernale, la sala da pranzo interna della “domus”, abbia mai usato questa frase, rivolto a una schiava, o alla moglie, che poi a quei tempi la differenza non era molta. Una cosa però è ora certa: nella Pompei del 79 d.C. l’olio d’oliva già esisteva. Anche se resta da capire se venisse usato per scopi alimentari o solo come combustibile per alimentare le fiaccole. La scoperta è di questi giorni e apre scenari interessanti sulla vita quotidiana delle famiglie di Pompei che, a tavola, stavano parecchio, anche se la cena era il vero pasto completo.

La bottiglia, con dentro quello che resta dell’olio, è conservata al Mann (Museo archeologico nazionale di Napoli) ed è diventata oggetto di studio per caso, quando a notarla, due anni fa, in un magazzino è stato Alberto Angela, che stava girando una puntata di SuperQuark. Così la bottiglia è stata portata al Dipartimento di Scienze Agrarie (Dia) dell’Università di Napoli “Federico II”che stava lavorando ad una linea di ricerca sul cibo antico.

Dopo due anni di studi, è arrivata la conferma che il contenuto della bottiglia è proprio olio d’oliva. Lo studio è stato pubblicato, o scorso 2 novembre, sulla rivista specializzata Npj Science of Foods, una delle più autorevoli riviste scientifiche, del gruppo Nature.

È lo stesso Alberto Angela, dalla sua pagina Facebook, a dare la notizia dell’eccezionale ritrovamento: «Era il luglio del 2018 quando mi trovavo con la troupe nel Mann, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, per girare un servizio per SuperQuark. Avevamo appena finito di filmare il settore dei reperti in vetro e, poco prima di lasciare la stanza, avevo notato una bottiglia di epoca pompeiana, in una cassetta polverosa: al suo interno intravedevo del materiale solidificato in perfetto stato di conservazione. Sono ormai 25 anni che realizzo servizi, puntate o libri su Pompei e avevo intuito subito la portata scientifica e storica di quel reperto dimenticato nei depositi. Quella bottiglia si trovava nel museo dal 1820, quando era stata scoperta durante alcuni scavi di età Borbonica e collocata in questi sterminati depositi assieme a migliaia di altri reperti. Di quella bottiglia si era poi persa la memoria e, soprattutto, nessuno l’aveva mai studiata».

«Non sapevo cosa fosse quel materiale dentro la bottiglia. Essendo la sua superficie un po’ in pendenza, avevo pensato che, in origine, si trattasse di una sostanza liquida e che la bottiglia, nella violenza dell’eruzione, fosse stata sepolta semi adagiata, rimanendo in quella posizione per secoli e portando quindi il liquido a solidificarsi “inclinato”. Avevo fatto subito contattare il direttore del museo Giulierini, che si era mostrato, come me, entusiasta del ritrovamento. Sebbene la forma della bottiglia facesse pensare a dell’olio o a del vino, non potendo essere certi sulla natura del contenuto, non ci eravamo sbilanciati. Ora, a distanza di due anni, sono lieto di condividere con tutti voi la notizia che le ricerche si sono concluse e che, effettivamente, quella bottiglia contiene olio di oliva. Anzi, l’olio di oliva più antico del mondo. Per arrivare a questa conclusione è stato fondamentale il lavoro svolto dal Dipartimento di Agraria dell’Università Federico II di Napoli in collaborazione con il Museo Archeologico Nazionale di Napoli (MANN). Le ricerche, condotte da un team multidisciplinare coordinato dal professore Raffaele Sacchi, hanno verificato l’autenticità di quel campione di olio di oliva, conservato per anni e anni in una bottiglia di vetro sepolta dapprima sotto le ceneri dall’eruzione del Vesuvio del 79 d. C. e poi rimasta nei depositi del Museo».

Gli studi effettuati dal team di ricercatori dell’Università di Napoli “Federico II”, del Cnr e dell’Università della Campania Vanvitelli hanno dimostrato che il materiale organico presente nella bottiglia era olio d’oliva, che, per le alte temperature dovute all’eruzione del Vesuvio e dei cambiamenti che si sono verificati nei quasi due millenni, porta le tracce di profonde modificazioni chimiche tipiche dei grassi alimentari alterati.

C’è rimasto poco,a dire il vero, delle molecole dell’olio d’oliva: i trigliceridi che rappresentano il 98% dell’olio si sono scissi negli acidi grassi; gli acidi grassi insaturi si sono ossidati generando degli idrossiacidi che a loro volta hanno reagito fra di loro formando dei prodotti di condensazione, le estolidi, mai osservati in precedenza nei processi di alterazione naturale dell’olio d’oliva.

«Si tratta – commenta a “Madeinpompei. it” Raffaele Sacchi – del più antico campione di olio di oliva a noi pervenuto in grosse quantità, la più antica bottiglia d’olio del mondo. L’identificazione della natura della “bottiglia d’olio archeologico” ci regala una prova inconfutabile dell’importanza che l’olio di oliva aveva nell’alimentazione quotidiana delle popolazioni del bacino Mediterraneo ed in particolare degli antichi Romani nella Campania Felix».


 

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