Il Tirreno

musei 

Galleria dell’Accademia chiusa ma attiva con importanti restauri

G.R.

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FIRENZE

Se bisogna trovare un lato positivo (certo poco confortante) nella chiusura dei musei questo riguarda la possibilità di procedere con maggiore tranquillità a operazioni di restauro. In tutti i sensi: sia artistici che ambientali. Si colloca in questo ambito il lavoro intrapreso dalla Galleria dell’Accademia che, come sottolinea con slancio galileiano la direttrice Cecilie Hollberg, «seppur momentaneamente chiusa a causa della ben nota emergenza sanitaria, l’Accademia non si ferma. Nelle sale l’attività ferve e il museo si sta preparando, portando avanti il programma di importanti lavori di manutenzione e risanamento, per ospitare nuovamente il pubblico appena possibile, con un percorso nuovo e più funzionale».

È già in funzione da un mese il cantiere della Sala del Colosso, dove le opere, escluso quelle inamovibili, sono passate negli ambienti destinati alle esposizioni temporanee, così da essere sottoposte a una attenta valutazione del loro stato di salute in vista di più mirati interventi, mentre ieri è partito il restauro della “Resurrezione”, capolavoro di Raffaellino del Garbo, datato inizi del Cinquecento, trasferito con la sua monumentale cornice lignea presso i laboratori che se ne prenderanno cura. La grande tavola, originariamente realizzata per la cappella della famiglia Capponi nella chiesa di San Bartolomeo a Monteoliveto, richiama, nell’ntelaiatura della scena, le composizioni di Domenico Ghirlandaio, al tempo responsabile di una fiorente bottega. Raffaellino, nei suoi tratti talvolta graziosi e delicati, talvolta bizzarri e contorti, rispecchia anche l’influenza del Verrocchio e del Lippi. «Questi riferimenti – spiega Hollberg – denotano la capacità dell’artista di aggiornarsi e di combinare le sue molteplici fonti di ispirazione con esiti di grande piacevolezza narrativa ed efficacia espressiva. Il significato profondo del tema sacro è reso familiare grazie alla scelta dell’ambientazione: sullo sfondo è infatti ben riconoscibile una veduta di Firenze». —

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