«Le mie storie senza chitarra» Confessioni di Guccini scrittore
Ieri a Pistoia il grande cantautore di Pavana si è raccontato al pubblico
L'Appennino come punto d'incontro tra due mondi, Pavana come simbolo di una memoria orale che prende vita nelle sue canzoni o nelle pagine dei suoi libri e il racconto, iniziato 50 anni fa con il primo disco, pungente e poetico di un'umanità rappresentata tanto nei grandi miti quanto nelle piccole storie di vita quotidiana. Francesco Guccini ieri ha raccontato se stesso a partire dai suoi libri nell'omaggio che il Premio letterario internazionale Ceppo gli ha riservato per i suoi 80 anni, compiuti nel giugno scorso.
Cantautore-poeta e scrittore tra i più amati, Francesco Guccini è legatissimo all'Appennino tra la Toscana e l'Emilia. Nato a Modena nel 1940, da tempo vive a Pavana. Con i suoi testi ha raccontato con la stessa umanità storie di gente comune e di personaggi celebri, di fantasia e quotidianità, tratteggiando uno spaccato di realtà italiana e scrivendo canzoni divenute un cult per più generazioni.
«Parlo due dialetti, il modenese di mia madre e il pavanese di mio padre. E tra questi due registri c'è una tavolozza di colori molto ampia da adoperare», dice. L'evento si è tenuto al teatro Manzoni di Pistoia, dove i poeti e critici Alberto Bertoni, docente all'università di Bologna e giurato del Premio, e Stefano Carrai, della Scuola normale di Pisa, sono intervenuti ricostruendo la vicenda del Guccini scrittore. Ha preso inoltre parola Paolo Fabrizio Iacuzzi, presidente e direttore del Ceppo nonché editor per gli ultimi libri del cantautore-poeta editi da Giunti.
Si tratta di «Tralummescuro. Ballata di un paese al tramonto» (2019), libro sospeso tra il presente e il passato di Pavana, il quale ha vinto quest'anno il Premio Selezione Campiello, e di «Non so che viso avesse.
Quasi un'autobiografia» (2020), presentati durante l'incontro. L'appuntamento è stato anche l'occasione per rievocare i primi racconti e gli articoli giovanili sulla Gazzetta dell'Emilia: «Ho sempre scritto e componevo, nei pomeriggi assolati in cui non c'era niente da fare, racconti che poi ho rivisitato e anche pubblicato recentemente», rivela l'autore. Che da grande ha sempre voluto fare lo scrittore, e che lo ricorda con ironia menzionando il vecchio maestro elementare («Mio padre glielo disse e lui commentò che scrivevo da cani»). Prima sono arrivati però i pezzi per la Gazzetta: come quello, citato dai presenti, che criticava l'atteggiamento divistico di Domenico Modugno. «Mi vergogno di quell'articolo, scritto da un giovane pretenzioso che voleva fare il giornalista e non aveva remore», afferma lui. L'acuto autore de “L'avvelenata” si distingue per la grande riservatezza. A chi applaude, in teatro, fa cenno che non importa, mentre con generosità si racconta, passando dalla sfera familiare al rapporto con la musica, dagli aneddoti alle canzoni. Che nascono «da una chitarra, un foglio e una penna. Le mie canzoni sono anch'esse racconti messi in musica». Vale per Amerigo, Bisanzio e Van Loon, dedicata al padre che mai ha visto un suo concerto. Inizialmente programmato a marzo per lo svolgimento della 64° edizione del Premio e poi rimandato, l'appuntamento si è svolto con la compartecipazione del Comune, il sostegno della Fondazione Caript e il contributo di Giunti. Sul Guccini scrittore il Premio Ceppo pensa a un convegno.
«Sono sempre stato un lettore onnivoro, sono stato appassionato di fumetti e umoristi inglesi.
E se uno legge molto, si impossessa di ciò che legge e lo riproduce», afferma. Alla domanda su chi siano stati i suoi modelli risponde citando Gadda e Meneghello, per poi paragonare le madeleine di Proust alle salsicce all'olio della sua infanzia. Anche senza chitarra, Guccini continua a raccontare storie. —
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