Il Tirreno

I settant’anni di Bill Murray, comico senza troppi sorrisi

Il COMPLEANNO / SUCCESSI PUBBLICI E TORMENTI PRIVATI 

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NEW YORK

Auguri a William James (detto Bill) Murray che il 21 settembre compie 70 anni. «Però quel ragazzo ne ha fatta di strada» si potrebbe dire con Celentano: nato a Evanston nell'Illinois, quinto di nove figli di un commerciante di legname irlandese, rimasto orfano a 17 anni, studente indisciplinato e cacciato dall'università di Denver per uso di marijuana, Bill Murray arriva fare l'attore quasi per disperazione. Gli piace cantare nella band della scuola, di giorno lavora in pizzeria o come caddie, la sera (per arrotondare) si esibisce in spettacoli d'improvvisazione e arte varia. La sua fortuna cambia quando incrocia John Belushi che lo trascina nella folle avventura del «National Lampoon Radio Hour» di New York City dove suo fratello Brian gli fa ottenere un salario come attore e autore di sketch. Èil 1974 e tre anni dopo segue Belushi alla NBC dove decolla lo show «Saturday Night Live». Dovrebbe rimpiazzare, tra molte perplessità, Chevy Chase che ha scelto la carriera da comico solista, ma il giovane Bill si fa apprezzare per l'umorismo astratto e un fare stralunato che lo rendono presto unico. Intanto ha annusato l'aria dei set cinematografici con un'apparizione in «Stop a Greenwich Village» di Paul Mazursky ma è nel '79 che Ivan Reitman gli offre la grande occasione con «Polpette» in cui fa il capo-scout Tripper, ideatore di micidiali scherzi ai danni delle squadre avversarie. Lo slovacco naturalizzato canadese Reitman era reduce da un successo travolgente come «Animal House» prodotto per gli amici Belushi e Aykroyd; l'allampanato Reitman prometteva di essere l'anatroccolo destinato a fare il cigno. Accadde 5 anni dopo quando i due si ritrovarono per «Ghostbusters» prodotto da Reitman per Aykroyd e in cui Bill Murray rimpiazzò John Belushi morto poco prima. Sono gli strani incroci del destino che legarono un gruppo di amici scapestrati e ribelli ad ogni schema sulla scenda newyorchese degli anni '70: Hollywood li adottò senza mai veramente accettarli e così fu per Murray, spesso cercato ma di rado valorizzato in una lunga serie di apparizioni secondarie che vanno da «Tootsie» a «La piccola bottega degli orrori». Con quella sua faccia da bambino troppo cresciuto, l'aria eternamente svagata, il cappelluccio a celare un principio di calvizie, l'andatura dinoccolata dei suoi 187 centimetri, il dottor Venkman (alias Murray) degli «Acchiappafantasmi» cerca allora fortuna in proprio dirigendosi in «Scappiamo col malloppo» grazie all'aiuto dell'amico Howard Franklin. Ma il film è un flop e si capisce che per far brillare l'attore ci vuole il regista giusto. Caratteriale e insicuro come capita spesso ai grandi comici, Bill ha cercato di disintossicarsi dal cinema standone spesso lontano e ritrovandosi sui piccoli palcoscenici dell'off Broadway ma nel 1993 è un altro amico a lucidarne il talento: con «Ricomincio da capo» di Harold Ramis il pubblico si accorge di lui e il film diventa un oggetto di culto. Come del resto succederà dieci anni dopo con «Lost in translation» di Sophia Coppola. Nel frattempo però l'attore è diventato l'alter ego del talento emergente degli anni '90: in ogni film di Wes Anderson Bill Murray sarà protagonista e quando il regista sceglierà la forma del cartoon «L'isola dei cani» darà la sua voce al protagonista. Purtroppo alla consacrazione artistica non corrisponde la serenità personale: nella vita privata secondo e terzo matrimonio finiscono male anche con accuse di violenze private; nelle apparizioni pubbliche gli eccessi sono spesso spettacolari come quando appare al Letterman Show uscendo da una gigantesca torta prendendo di mira il conduttore; la salute è minata dall'alcool e dalle droghe. Insomma, se non fosse per quel maledetto carattere, talvolta troppo sensibile e divorato dall'ansia, il compleanno di Bill Murray sarebbe un'occasione felice. Certo lo è per i suoi ammiratori che sanno di poter contare su un talento ancora capace di mille sorprese. —

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