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Luca Guadagnino e la ricerca del genio «Con Ferragamo racconto gli outsider»
Il regista ha presentato “Salvatore Shoemaker of dreams” «Eccentrico e scopritore di talenti, come piace a me»
VENEZIA
Autore a tutto tondo, affascinato, da sempre, dai diversi linguaggi dell’audiovisivo, Luca Guadagnino è la star della domenica alla Mostra. Non è in corsa per i Leoni, ma al Lido è presente con due lavori, il documentario “Salvatore Shoemaker of dreams” e il corto “Fiori, fiori, fiori”, tutto questo a poche settimane dall’arrivo (il 9 ottobre su Sky e Now tv) dell’attesissima serie “We are who we are” che, invece, avrà il suo debutto al Festival di San Sebastian dove Guadagnino sarà presidente di giuria: «Essere qui con due film mi fa sentire immodesto, figuriamoci se avessi presentato anche la serie. Non ho avuto esitazioni quando sono stato invitato a San Sebastian, anche se in Spagna la pandemia non è certo ferma, credo sia importante esserci».
Che cosa l’ha attratta della vita di Salvatore Ferragamo?
«Ha vissuto la sua esistenza come un outsider, come se vedesse se stesso fuori dalla dimensione in cui si trovava. Il suo è un percorso di costante eccentricità. E poi mi interessava trovare risposte ad alcune domande di fondo "Cosa è il genio? Come nasce un sistema, che sia il cinema o la moda? Come si sviluppa l’ossessione furiosa di una ricerca costante di idee e creazione, come si sposa con la tradizione e i valori della famiglia?" Ferragamo è la risposta a questi interrogativi».
Il documentario è una nuova tappa del suo cammino alla ricerca della bellezza?
«La bellezza assoluta mi fa pensare a qualcosa di fermo e quindi, in qualche modo, di reazionario. Mi interessa, invece, la bellezza che cambia e Ferragamo rientra in questa idea di movimento continuo».
La sua è anche una storia di ambizione. E’ d’accordo?
«Ho un incredibile rispetto per la figura di Ferragamo e per la sua creatività. Che fosse ambizioso è indubbio, che la sua ambizione sia stata colmata in modo straordinario anche, ma sono certo che, più di tutto, lo guidasse l’etica della creazione».
C’è qualcosa in particolare che la fa sentire vicino al protagonista del documentario?
«Non mi permetterei di paragonarmi a lui, ma condivido la sua idea sul coinvolgimento delle persone nel lavoro, e, soprattutto, sul promuovere i giovani talenti. Nel mondo della musica rap Ferragamo è un mito, bisogna ricordare che, senza di lui, oggi non esisterebbero le sneaker».
Il suo cinema ha un rapporto stretto con il mondo della moda, come mai?
«Il mio legame con la moda è ancestrale, risale alle forme che vedevo nei guardaroba di mia madre e delle mie zie, la moda sa anticipare i desideri delle persone creando gli abiti adatti a determinati periodi storici. La moda è dittatura costante del cambiamento».
Subito dopo il lockdown ha girato il corto “Fiori, fiori, fiori!”, da dove è venuta l’idea?
«Nasce da un desiderio universale, quello di muovermi, dopo essere stato chiuso a casa per tanto tempo. Appena è stato possibile mi sono messo in macchina e sono venuto via da Milano, con un iPpad e un iPhone, era anche un modo per superare un momento difficile, per motivi privati. Sono andato in Sicilia, dove sono cresciuto, per bussare alle porte di persone che sono state importanti nella mia adolescenza. Ho visto che, nonostante tutto, la primavera era andata avanti e c’era un trionfo di fiori stupendi. Posso dire che sia il corto che il documentario siano entrambi film molto personali, che parlano dei padri».
Si è parlato molto della sopravvivenza del cinema e del fatto che, durante l’emergenza, la gente si sia abituata a vedere i film in streaming. Cosa succederà?
«L’importante è che, durante i lockdown, la gente ha visto moltissimi film. Più che di immagini, le persone hanno sentito il bisogno del racconto cinematografico. Ora c’è un combattimento tra chi dice che il futuro sia lo streaming e chi, invece, sostiene il valore della condivisione dell’esperienza nel buio di una sala. Io sono di questa opinione, penso che la sala sopravviverà».
Quando inizierà il sequel di “Chiamami col tuo nome”?
«Si farà, ci sto lavorando, ma è presto per parlare di set».
Per lei cos’è cambiato con il Covid?
«Un mutamento che riguarda tutti è che si viaggia molto meno, e devo dire che questo è positivo, perché viaggiare tanto è faticoso. Certo, poi mi interrogo su come continueremo a fare cinema, su come metteremo in scena, soprattutto le sequenze d’amore, ma credo troveremo un modo: il problema si risolverà».
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