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Dario Argento, ottant’anni nel cinema: «Grazie a Freud»
«Ero affascinato dalla paura ho studiato moltissimo la psicanalisi che è stata una delle passioni della mia vita». Un nuovo film, forse a ottobre
VENEZIA. Con Quattro mosche di velluto grigio, appena restaurato e presentato dalla Cineteca di Bologna alla rassegna il Cinema ritrovato, Dario Argento chiudeva la prima fase della sua carriera di regista, quella più legata al thriller, per aprire la via dell’horror sovrannaturale, prima con Profondo rosso e poi con Suspiria e Inferno.
Un punto di svolta importante nel suo rapporto cinematografico con la paura, che il maestro italiano del brivido, alla vigilia dell’ottantesimo compleanno (è nato a Roma il 7 settembre 1940) e mentre il Museo del Cinema di Torino annuncia una mostra su di lui a febbraio, spiega così: «La fascinazione per certi temi era una strada presa da ragazzo ma poi, come sceneggiatore, ho frequentato molti generi differenti, in realtà la cosa è un po’ misteriosa. Certo ero affascinato dalla paura, dagli incubi, dall’irrazionale, però la ragione resta un mistero. Ho studiato moltissimo la psicoanalisi, una delle passioni della mia vita, Freud mi ha influenzato profondamente».
Quattro mosche fu il terzo film con la musica sperimentale di Ennio Morricone, che rapporto c’era fra voi?
«Un rapporto fraterno. Lo conobbi per C’era una volta il west, con Bertolucci e Leone (Argento è fra gli autori del soggetto, ndr), a casa mia. Ero molto giovane, nacque un’amicizia come fra maestro e allievo partita quando mio padre gli chiese di fare la colonna sonora per L’uccello dalle piume di cristallo, che realizzò col suo gruppo di musica contemporanea in cui suonava la tromba: i musicisti improvvisavano mentre passavano le scene, lasciandosi liberi di seguire le proprie ispirazioni».
Profondo rosso anche in musica cambiò tutto, perché?
«Ho pensato di fare una sterzata, cercavo un gruppo inglese e mi misi a prendere contatti con Pink Floyd, Genesis e Deep Purple, ma tutti, chi per concerti o perché stavano registrando qualcosa, non potevano. Finché mi hanno proposto un gruppo di giovanissimi italiani, i Goblin, appena usciti dal conservatorio, di cui mi fecero sentire dei brani. Composero la musica di Profondo rosso come se fosse un disco, provavano e riprovavano in sala. Con Suspiria, sempre coi Goblin, è stato più professionale. Lì c’è anche il mio contributo alla musica, anche al tema principale».
Durante il lockdown la sensazione era quella di certi film post apocalittici, la pandemia potrebbe essere uno spunto per una sua opera?
«No, questa è la vita, io invece racconto cose del profondo, i miei incubi, ci sono anche elementi freudiani e junghiani nei miei film, tutte cose che non c’entrano niente con l’orrore reale».
Lei come l’ha vissuto questo periodo?
«Abbastanza male, con il timore continuo di essere contagiato. Maledicevo quegli scemi che si riunivano a fare festa e riportavano il contagio da Covid a livelli alti. L’italiano è vile, gli devi dare ordini precisi con punizioni gravi, altrimenti se ne frega di stare alle regole, come i negazionisti, che sono dei pazzi».
Qual è oggi il suo rapporto con la paura?
«Come prima, non si risolve questo problema».
Il nuovo film a che punto è?
«Dovevo girarlo ad aprile, il titolo è Occhiali neri, ma non si sa quando si farà, perché le assicurazioni con questa situazione non assicurano più i film. Forse a ottobre, chissà».
È importante il compleanno a cifra tonda?
«No, nessuna importanza particolare». —
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