Italia
299 interviste per spiegare cos’è stato il nazismo «Nessuno si sente in colpa»
Duecentonovantanove interviste e una sola persona dice «potevamo fare di più» senza poter definire cosa nemmeno a più di settant’anni dal nazismo. “Final Account” è la ricerca di una responsabilità collettiva, l’ultima possibilità per chi è cresciuto nella gioventù hitleriana di fare i conti con la storia. Il regista Luke Holland ha riempito dieci anni della sua vita di parole quasi impossibili da ascoltare, è morto prima di vedere il progetto realizzato. Al Lido di Venezia c’è l’amico e produttore Sam Pope che lo ha seguito passo passo in questa impresa: «Per la figlia di una segretaria delle SS ci sono voluti sedici incontri prima di poter filmare». Un lavoro davvero monumentale. Le testimonianze sono talmente importanti che entreranno in un archivio condiviso tra la Wiener library, l’Holocaust Museum, l’università di Londra e la Librerie audiovisuelle, ma nei novanta minuti scelti per Final Account si ricompone l’orrore da una prospettiva lontanissima.
I testimoni non chiedono comprensione e neanche cedono alla colpa. Qualcuno spiega che era troppo piccolo per capre, altri descrivono il sistema che impregnava i bambini di ideologia: «La Junge Volk era uno spasso. Giocavi, gareggiavi e non vedevi l’ora di avere la divisa». Holland ha iniziato a setacciare coscienze quando ha scoperto di essere ebreo: «Sua nonna era scappata da Vienna, la rivelazione lo ha sconvolto.
In ogni intervista lo vedevo a disagio ma non si arrendeva. Non voleva perdonare, si imponeva però di restare gentile per capire se ci si sarebbe potuti rivoltare». La risposta non conforta: «No, singolarmente non erano in grado di reagire, ma una comunità ci sarebbe riuscita. Non sono innocenti». Un uomo almeno ammette: «Chi sostiene che nessuno sapeva dei campi di concentramento mente». Ma la consapevolezza non ha svegliato la pietà: «Ci educavano così, insegnandoci che gli ebrei avevano un cattivo odore». Un pregiudizio becero, simile a tanti che restano in circolo pure oggi: «Il materiale girato servirà a mettere in chiaro che certi atteggiamenti sono parte del male, andranno alle scuole non appena capiremo come maneggiarli». Non c’è giudizio di chi filma e non c’è ammissione di chi parla. Tocca a chi guarda trovare un senso. Davanti a facce che non si commuovono, a voci che non si rompono. Come se quella strada fosse l’unica percorribile. È come consultare l’archivio del diavolo dove c’è una scusa per ogni crudeltà. –
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