Il presidio
Massini e l’alfabeto delle nostre emozioni
Lo scrittore in scena con uno spettacolo che cambia ogni volta: «Estraggo a sorte le iniziali delle parole di cui parlerò»
Elena Torre / pietrasanta (LU)
Stefano Massini è l'autore italiano più rappresentato al mondo e sarà in scena al teatro La Versiliana domani sera alle 21.30 con lo spettacolo "L'alfabeto delle emozioni", una piece che, ad ogni rappresentazione dal vivo, cambia volto e forma. E a deciderlo è la sorte. Una volta sul palco Massini "estrae un'emozione" e da quella prenderà il via la serata che vedrà anche il coinvolgimento del pubblico in sala.
Le emozioni sono un tema che ci riguarda tutti da vicino, ma di cui ben poco sappiamo. Come si è avvicinato a questo tema così difficile da "tradurre" in parola?
«Quello che mi ha spinto a dedicare questo testo, questo "strano" spettacolo al tema delle emozioni è stata la mia esperienza durante il periodo del lockdown. Perché la trasmissione su La7 è stata una delle poche ad andare avanti e io che mi sono sforzato di parlare durante le puntate di come tutti noi stavamo gestendo ed affrontando quelle emozioni così grandi, legate a qualcosa di totalmente inatteso e inconsueto, sono stato letteralmente sommerso dai messaggi del pubblico. Le persone erano molto colpite dal fatto che qualcuno in televisione stesse parlando di emozioni e questo mi ha toccato moltissimo, perché mi sono reso conto che le emozioni sono effettivamente uno dei grandi temi rimossi, non affrontati».
Quasi un tabù...
«Sì un tema tabù, c'era evidentemente biosgno di qualcuno che ne parlasse, io l'ho fatto in quell'occasione e ho scoperto che tutto questo creava incredibilmente e in modo del tutto inatteso "un caso". Questo ha comportato per me l'inizio di un percorso, di un'attenzione particolare a questo tema, che poi è sfociata in questo lavoro che insisto a definire “particolare”, presentato il 21 luglio a Venezia e che ha riscosso un grande successo».
Per lei una sorpresa?
«Per me è stato un bel risultato da due punti di vista: il primo è che sto trattando un tema al quale tengo molto, il secondo è legato alla struttura dello spettacolo. Era da tempo che volevo affrontare la sfida di portare a teatro qualcosa che fosse diverso ogni sera. Si dice che gli spettacoli teatrali sono necessariamente diversi perchè è diverso il pubblico, lo stato d'animo degli attori, d'accordo, ma io volevo fare qualcosa in più come scrittore. Io non sono un attore, sono uno scrittore in scena, come tanti altri adesso fanno, vanno in scena e raccontano, mostrano qual è l'officina della scrittura dal vivo. E io ho voluto creare qualcosa che fosse davvero diversa ogni sera, perché sorteggio da un baule di legno in scena delle lettere che saranno le iniziali delle emozioni di cui parlerò: F come felicità, P come paura, T come tristezza, G come gioia... E questo fa sì che ogni sera lo spettacolo sia davvero differente, perché differente è la struttura, le emozioni che tratto in base alle lettere estratte a sorte. Lo spettatore ha davvero la sensazione di assistere ogni volta a uno spettacolo diverso e in qualche modo "rischioso", anche per me, perché non so che piega prenderà la serata, che tipo di discorso prenderà vita. In molti mi hanno scritto dal nord Italia dopo aver visto lo spettacolo in Veneto dicendo che verranno a vederlo di nuovo a La Versiliana, per scoprire quali lettere verranno estratte. Questo mi ha fatto molto piacere perché era proprio quello che cercavo: siccome le emozioni sono imprevedibili secondo me uno spettacolo che parla di emozioni non poteva altro che essere imprevedibile. Anche per chi lo fa».
Spesso sembriamo inadatti e a disagio nell'esprimere qualsiasi emozione, come se non avessimo dimestichezza. Trova che sia così?
«Sì credo che sia così, per diversi motivi: il primo è che un tempo si insegnavano le emozioni ai bambini attraverso la mitologia, pensiamo all'Iliade, una delle opere più importanti nella storia della letteratura, che comicia con "Cantami o diva, del Pelìde Achille, l'ira funesta", l'ira è un'emozione. O all'Odissea, Achille, Ulisse che piange, il tema della rabbia, della falsità, dell'amore. Il mito serviva a far conoscere le emozioni. Questo incarico poi l'hanno assunto le fiabe, poi per tanto tempo la letteratura e infine il cinema. Generazioni intere sono state educate alle emozioni con il cinema. Oggi viviamo in un'epoca in cui il cinema è un po' in crisi, la letteratura non ne parliamo, chi svolge dunque il ruolo di educazione emozionale? Nessuno. Il secondo problema è che come sempre ciò che non sei istruito a gestire diventa fonte di paura, di equivoco, ed è quello che sta accadendo. Le emozioni diventano patologia: la paura viene confusa con l'ansia, la tristezza con la depressione, la gioia con l'adrenalina, la felicità con la soddisfazione e la realizzazione. Le emozioni vengono equivocate, un tema molto importante di cui mi sono preso la responsabilità di parlare in questo spettacolo. Lo faccio con il mio passo, il mio stile, che è spesso molto ironico. Ci si diverte anche, si ride, oltre che parlare di temi profondi. Il modo migliore per far arrivare certi messaggi».
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