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Dante: tormenti e misteri anche dopo morto. E ad ucciderlo forse non fu la malaria...

Luigi Papi
Dante: tormenti e misteri anche dopo morto. E ad ucciderlo forse non fu la malaria...

Le leggende sul ritrovamento dei canti del Paradiso, gli aneddoti sul suo aspetto, le analisi sulle sue ossa sparite e poi riapparse a Ravenna 

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Il prossimo anno si terranno in molte città italiane le celebrazioni per il settecentesimo anniversario della morte di Dante Alighieri e forse molti non sanno che, nonostante le migliaia e migliaia di pagine a lui dedicate, vi sono ancora molti misteri insoluti sulla sua figura e sul suo poema immortale, la Divina Commedia.

Dell’opera, ad esempio, non è mai stato ritrovato il manoscritto originale ed essa rischiò di rimanere incompiuta se Dante, come ci racconta il Boccaccio, non fosse apparso in sogno dopo la sua morte al figlio Jacopo indicandogli il nascondiglio segreto dove si trovavano gli ultimi tredici canti del Paradiso.

Per certo si sa che Dante morì a Ravenna, città dove trascorse gli ultimi anni della sua travagliata esistenza, la sera del 13 settembre 1321, all’età di 56 anni (ben oltre la media dell’epoca) e che il suo corpo fu sepolto nella Basilica di San Francesco, con indosso un lungo abito rosso e con la testa cinta da una corona di alloro, come si conveniva ai poeti. Meno certa è, invece, la causa della sua morte, che la tradizione storico-letteraria attribuisce alla malaria, malattia che il Poeta avrebbe contratto nel corso del suo viaggio di ritorno da Venezia, ove fu inviato come ambasciatore dai Signori di Ravenna. Curiosamente sembra che il termine malaria sia stato coniato nel ‘500 proprio da un veneziano, tal Marco Cornaro, che nelle sue “Scritture della laguna” riteneva che la “mal’aria”, cioè la cattiva aria delle paludi della laguna veneta facesse ammalare gli abitanti di quelle zone. In realtà la malaria è una malattia infettiva dovuta al parassita Plasmodium e la relazione con le paludi è legata al fatto che tali ambienti sono infestati dalle zanzare Anopheles che sono i vettori del parassita all’uomo.

Tornando a Dante, non esiste in realtà alcun documento storico, né tantomeno sanitario, che confermi questa diagnosi, formulata per la prima volta nell ‘800 dal medico Stefano Cavazzuti, tanto che altri studiosi hanno sollevato dubbi in proposito. Tra questi Maurizio Alberani il quale, basandosi su altre fonti, ha ipotizzato cause di morte diverse dalla malaria. Secondo un aneddoto raccontato da Boccaccio, quando Dante si trovava a Verona, passeggiando per strada fu deriso da alcune donne che gli chiesero se il colorito particolarmente scuro dei capelli e della pelle fosse dovuto al suo viaggio all’Inferno. L’Alberani ha ipotizzato che ciò potesse essere indizio del morbo di Addison, noto anche come “morbo bronzino” per il colore particolare che assume la pelle, malattia dovuta al malfunzionamento delle ghiandole surrenali e talvolta ad esito mortale. Secondo altre ipotesi invece, basate sugli studi antropologici dello scheletro, Dante era affetto da gravi difficoltà respiratorie a causa della conformazione della sua gabbia toracica e ciò lo avrebbe predisposto a contrarre infezioni polmonari, all’epoca ben più micidiali del Covid-19.

Ma il corpo di Dante non ebbe pace neppure dopo la sua morte. Nel 1327 il cardinale Bertrando del Poggetto, dopo aver fatto bruciare il libro De Monarchia bollandolo di eresia, minacciò di recarsi a Ravenna per impossessarsi delle ossa di Dante, bruciarle e disperdere al vento le ceneri, ma questo sciagurato proposito fu impedito da alcuni nobili molto influenti e dalla fiera opposizione dei ravennati. Più volte, inoltre, la città di Firenze ha reclamato i resti di Dante Alighieri. Nel 1529 i Fiorentini chiesero addirittura il sostegno di Papa Leone X (di famiglia Medici) e nell’occasione Michelangelo Buonarroti si impegnò personalmente a costruire una degna cappella per accogliere il corpo del Poeta. Alla notizia che una delegazione fiorentina, munita di una Bolla Papale, stesse per giungere in città per impossessarsi delle spoglie di Dante, i Frati Francescani, il cui convento era in stretta comunicazione con il Chiostro contenente la tomba di Dante, lavorando di notte con pale e picconi, scavarono una piccola galleria e praticarono un foro nel muro della tomba, attraverso il quale sottrassero le ossa per nasconderle nel convento. Fu così che quando la delegazione Fiorentina giunse a Ravenna e dispose l’apertura dell’urna, con grande meraviglia e disappunto, ritrovò all’interno soltanto poche foglie di alloro e tre falangi.

Nessuno sa esattamente dove sia stato custodito lo scheletro di Dante per oltre tre secoli e mezzo, cioè fino al suo casuale ritrovamento avvenuto il 23 giugno del 1865, quando, in occasione delle celebrazioni per il seicentesimo centenario della nascita, il comune di Ravenna dispose la ristrutturazione della sua tomba e saltò fuori una cassetta di legno al cui interno, con grande sorpresa, fu rinvenuto lo scheletro di Dante, quasi completo ed in ottimo stato di conservazione. Si narra che nel trambusto generale seguito alla scoperta, tal prof. Borgognoni si impossessò furtivamente di una tibia, ma venne subito scoperto, tant’è che la polizia trovò la reliquia nascosta nella latrina di casa e non potè far altro che arrestarlo.

Tanto per aggiungere un tocco di soprannaturale a tutta la vicenda, le leggende dell’epoca narrano che il custode della Confraternita dei Frati, detto Grillo, raccontava ai concittadini ravennati di aver visto in sogno un’ombra vestita di rosso uscire da una porta murata della cappella dove si trovava la tomba di Dante e che quest’ombra, rispondendo alla sua domanda su chi fosse, gli avrebbe risposto «Io sono Dante! ». Il sagrestano morì nel maggio del 1865, pochi giorni prima che in quella porta murata fossero ritrovate le ossa di Dante!

Tali resti ossei sono stati sottoposti per due volte ad analisi scientifiche. La prima volta proprio nel 1865, da parte dei professori Puglioli e Bertozzi; la seconda volta nel 1921, in occasione dei 600 anni dalla morte, ad opera dei professori Frasseto e Sergi. Con i limiti delle tecnologie dell’epoca si è potuto appurare che l’aspetto fisico era pressappoco quello che ci è stato tramandato dai vari artisti, compreso il naso prominente, anche se forse non così accentuato. Inoltre, è stato stabilito che Dante era di statura relativamente bassa (165 cm), aveva una spiccata cifosi dorsale (volgarmente detta “gobba”) ed era affetto da una grave artrosi che gli procurava intensi dolori. È stato anche calcolato che il peso del suo cervello era nettamente superiore alla media. Gli studiosi hanno anche comparato lo scheletro facciale con la maschera funebre di Dante ed hanno escluso che si tratti di un calco ricavato dal volto del cadavere come alcuni ritenevano, giudicandola anche non totalmente somigliante alla fisionomia del Poeta.

Le analisi eseguite nel 1921 si sono concluse con il divieto di compiere ulteriori accertamenti per almeno altri cento anni, ma adesso questo termine sta per scadere, tant’è vero che è già prevista, per il 2021, una nuova ricognizione scientifica delle ossa di Dante Alighieri. Visti gli enormi progressi delle tecnologie attuali c’è da attendersi che questo nuovo esame possa fornire molte informazioni sinora sconosciute, a partire dalla conferma della malaria come causa di morte.

Insomma, a 700 anni dalla morte la fama di Dante Alighieri è più attuale che mai, tanto da potergli dedicare le parole che il Poeta trovò incise sulla porta dell’Inferno: «Dinanzi a me non fuor cose create se non etterne, e io etterno duro». —


 

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