Italia
Vent’anni senza Vittorio: ci manchi, mattatore Gassman, una leggenda tra talento e carisma
Il ricordo di uno dei più grandi attori italiani scomparso nel 2000
una vita unica
MASOLINO D’AMICO
Al giovane che volesse farsi un’idea su chi è stato Vittorio Gassman direi di iniziare dalla prima puntata della serie tv Il Mattatore, recentemente riproposta da Rai5. Lì il Gassman re del teatro classico si prepara a lasciare spazio al protagonista cinematografico di un trentennio di commedie realistiche e talvolta sconsolate. Il 4 febbraio 1959 Gassman debuttò come incontenibile showman a tutto tondo, cantando, ballando, eseguendo acrobazie, e poi esibendo una nuova vena farsesca. Sul palco aveva scalato tutte le vette possibili da quando nei primi Anni 40 era uscito dall’Accademia d’Arte Dotatissimo fisicamente, aveva lavorato accanitamente sulla memoria, di cui non avrebbe mai più smesso di essere orgoglioso e sulla voce.
La trasmissione fu incoraggiata dalla rivelazione, l’anno prima, di un nuovo Gassman tutto da ridere. Il film come ognun sa era I soliti ignoti, innovativo in quanto girato in toni scuri come un noir, commentato con musica jazz, e senza comici di professione (spaventato, il produttore vi volle, almeno, un’apparizione di Totò).
Ora, il cinema non aveva mai visto Vittorio come eroe positivo: troppo aitante, buono per filmetti in costume o ruoli di antagonista malvagio (Riso amaro). Per farlo accettare nella nuova veste il regista Mario Monicelli gli cambiò i connotati con un naso finto e ne camuffò la limpida dizione facendolo balbettare. Le conseguenze si possono toccare con mano nella predetta puntata del Mattatore. Dove, dati saggi della sua strepitosa eleganza di interprete, il nostro scende nell’arena come Peppe er Pantera, affiancato da Ferribbotte e applaudito da Capannelle Tragico e comico, dunque. La sua carriera cambiò. Al teatro sarebbe sempre rimasto legato, anche se andò sempre più verso gli assoli, ma c’era il cinema. Dove Gassman fu il primo a scoprire che l’invenzione firmata Alberto Sordi, di appassionare con le vicende di un uomo mediocre e in fondo spregevole, era alla portata anche di attori diversi da lui. E prima del mitico Sorpasso, che avrebbe inaugurato un fertilissimo sodalizio col regista Dino Risi, sfidò il mostruoso, geniale archetipo ne La Grande Guerra, senza uscirne sconfitto. Questo film rimane affascinante anche per il duello tra il massimo attore spontaneo e il massimo attore costruito. Solo che Gassman fu costruito solo nella misura in cui il suo lato teutonico per via paterna gli impose perfezionismo e disciplina. Ma per il resto era attore nato, e attore fu al cento per cento. Non solo nel percorrere le tappe rituali, a partire da un primo matrimonio con una figlia d’arte (Nora figlia di Renzo Ricci e nipote di Ermete Zacconi); ma nella vita di ogni giorno. E bisogna ricordare l’uomo. Le persone normali fingono di essere se stessi; gli attori fingono di essere qualcun altro. Alcuni lo fanno ingenuamente. Vittorio era troppo intelligente e troppo colto (leggeva di tutto, tutto ricordava, e scriveva superbamente) per adeguarsi a un modello scontato.
Così la parte che recitava nella vita era piena di autoironia. Il grande attore lascia sempre uno spiraglio perché si veda che recita; e lui era spiritoso, generoso, disponibile. Negli ultimi anni, atroce contrappasso per uno così baciato dal Signore, era sprofondato in una cupa depressione, di cui si vergognava e a cui noi che gli fummo amici non vogliamo più pensare. —
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