Milano come Kingston 40 anni fa Bob Marley e il suo mega concerto contro ogni guerra
27 giugno 1980, la dolcezza del reggae e la dura denuncia La sera dopo a Torino i messaggi di pace del guru giamaicano
CARLO MASSARINI
Bob Marley nell’estate del 1980 è la più grande rockstar planetaria. Sono lontani gli anni da rude boy nel ghetto di Kingston, i primi tentativi a 45 giri con Bunny Wailer e Peter Tosh (i tre Wailers originali) e quell’incontro da sliding doors con Chris Blackwell, il geniale patron della più importante etichetta indipendente inglese, la Island. In mezzo a un tour inglese abortito, disperati e senza i soldi per tornare in Jamaica, si erano presentati nel suo ufficio promettendo in cambio dei biglietti il master di un Lp. Blackwell si era fidato e pochi mesi dopo quell’album, “Catch A Fire”, gli era arrivato davvero. Blackwell, che ben conosceva la scena jamaicana , aveva capito che per fare di Marley una star non bastavano i dischi, né la radio: Marley andava visto, di persona.
Bob aveva passato gli anni successivi a fare proprio quello: prima in Inghilterra, poi in Europa e infine nella sterminata America, il pubblico bianco aveva scoperto quel suono dolce e ipnotico, dondolante e tropicale, capace di mandare il corpo in trance mentre i testi parlavano di babylon system -la civiltà corrotta e oppressiva - e di rivoluzione della mente. Marley dal vivo era uno sciamano che officiava un rito che sapeva di radici ancestrali, di trance, di trascendenza.
Il 27 giugno è una giornata di pieno sole, a Milano. L’attesa è altissima. San Siro si riempie già dal pomeriggio, quando Pino Daniele - fra gli altri gruppi di supporto - fa conoscenza per la prima volta con un pubblico a perdita d’occhio. Nel backstage tutta la scena milanese, sul prato e tribune quasi centomila persone totalmente trasversali: freakkettoni e manager, studenti e genitori, gente che non si era mai fatta una canna ed enormi nuvole di ganja che fluttuano nell’aria. Il clima è incandescente, la canzone che mi rimane impressa è la sua messa in musica del discorso di Hailè Selassiè, Ras Tafari, all’Onu nel 1963: «Finché la filosofia che ritiene una razza superiore e un’altra inferiore non sarà screditata e abbandonata… Finché ci saranno cittadini di prima e seconda classe…ci sarà guerra». E’ il brano-simbolo del Marley militante, la potrebbero scandire adesso nelle strade d’America i Black Lives Matter, cos’è cambiato in 40 anni? Milano in quegli anni è tosta, politicizzata, quell’inno di denuncia si intona con la durezza della piazza.
Il Comunale di Torino, il giorno dopo, lo ricordo in tutt’altra maniera. E’ una serata perfetta, le «rastaman vibrations, yeah» riempiono l’aria, la pista d’atletica del glorioso Comunale è in tartan, sembra fatta apposta per quel ritmo da seguire molleggiandosi sulle ginocchia. Il fuoco di Milano non c’è più, è tutto morbido, la canzone-simbolo non ha più l’odore acre della guerra, ma la dolcezza della pace, prima di tutto con se stessi. E’ appena stata pubblicata su “Uprising”, e “Redemption Song” racchiude tutta la sua carriera, la sua missione: «Emancipatevi dalla schiavitù mentale, solo noi stessi possiamo liberare le nostre menti… Aiutatemi a cantare queste canzoni di libertà, perché tutto quello che ho sono queste canzoni di redenzione». Quello che né Bob né noi sappiamo, mentre scuote la criniera leonina, è che sarà davvero l’ultima canzone di un ciclo meraviglioso e irripetibile: Bob ha già un piede in Paradiso, neanche un anno dopo chiuderà gli occhi per sempre, lasciando un vuoto che nessuno riuscirà più a colmare. —
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