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Neal Young sorprende col disco rimasto chiuso per 45 anni nel cassetto

Luca Trambusti

“Homegrown” fu registrato tra 1974 e 1975 dopo “Harvest”  «In quel momento era troppo doloroso e non lo feci uscire»

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Luca Trambusti / Milano

Solo Neil Young poteva permettersi il lusso di tenere un disco di questo livello nel cassetto per 45 anni. Ora, a distanza di così tanto tempo, il musicista canadese rende disponibile “Homegrown”, un album di 12 brani registrato tra il 1974 ed il 1975 (avrebbe dovuto essere nei negozi dal 19 aprile ma il Covid 19 ha fermato la pubblicazione). «Questo album - dice Neil Young - sarebbe dovuto uscire un paio d’anni dopo “Harvest” (1972). Ma era troppo doloroso. È il lato triste di una storia d’amore, è il danno fatto, è il cuore infranto. Non riuscivo proprio ad ascoltarlo, volevo andare oltre. Così l'ho tenuto per me, nascosto in archivio, su uno scaffale, nel retro della mia mente. Avrei invece dovuto condividerlo; è un album molto bello».

La storia d’amore a cui si riferisce Young è quella con l'attrice Carrie Snodgress (insieme dal 1971 al 1974) relazione da cui è nato il figlio Zeke. C’è amore, dolore, malinconia che arriva a sembrare disperazione, c’è la vita reale. In sostanza è un disco “vero” che mette a nudo il Neil Young più personale, privato. «Probabilmente non le pubblicherò mai, penso sarei molto imbarazzato a farlo, sono un po' troppo vere» dichiarò tempo fa a proposito di queste canzoni in un’intervista a Rolling Stone. Sono decisioni dell’artista, che spesso lega le proprie scelte a fattori personali a volte insormontabili.

Queste dodici sofferte composizioni, che dovevano uscire nel 1975, sono dei gioielli che stilisticamente s’incastrano a perfezione tra “Harvest” e “Comes A Time” (1978) estendendosi sino a “Hawks & Doves” (1980). Sono brani dolorosi ma evidentemente meno di quelli di “Tonight's The Night”, il drammatico e scuro album (altrettanto personale) del 1975.

“Homegrown” è un album elettro acustico di grande spessore, ci sono momenti sofferenti, altri intimi e alcuni più forti e robusti (pur essendo dei blues). Manca tuttavia il “chitarrismo” dei Crazy Horse. Delle dodici tracce, cinque sono già conosciute, o perché entrate in album successivi (“American Star’n’bars”, “Hawks & Doves”, “Ragged Glory” o la raccolta “Decade”) o perché suonate live, ma tutte sono nella versione originale. Le restanti sette sono inedite. Solo un brano (il parlato “Florida”) è assolutamente superfluo, le altre ci presentano il tipico stile e suono del cantautore canadese di metà anni Settanta, cioè in uno dei suoi più alti momenti creativi. C’è tutta quella densità ed intensità che ci regala Neil Young quando è solo con la sua chitarra acustica e armonica (“Little Wing”) o solitario al piano (“Mexico”).

Ad accompagnarlo nel disco c’è però una schiera di illustri musicisti: Ben Keith – alla steel e slide guitar, Tim Drummond al basso, Stan Szelest al piano, oltre che gli ex The Band Levon Helm alla batteria in alcuni brani e Robbie Robertson che suona la chitarra in “White Line”. C’è poi il cameo conclusivo di Emmylou Harris.

“Homegrown” non è un’operazione di pulizia dei cassetti, un modo per grattare il fondo da parte di un artista senza più idee e futuro (Neil Young ne ha ancora di entrambi). Non è nemmeno una trovata discografica, neanche un album dimenticato o andato perso e per miracolo ritrovato. “Homegrown” ha una grande e propria dignità artistica ed umana, è la dimostrazione che l’arte è anche coscienza, amore, rispetto (per gli altri, per sé stessi e per la musica). Ci vuole poi coraggio e coerenza a tenere, quasi per pudore, un disco di questo livello nascosto alle orecchie del pubblico.

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