Il presidio
Il “Diario del Covid” tra gioia e dolore il coronavirus come in un lungo film
Sul nostro sito il lavoro dei reporter di Parallelozero per “La Stampa” I tre mesi della pandemia: l’evento che ha cambiato la vita di tutti
la storia
«Andrà tutto bene”. Lo abbiamo scritto sui muri, sull’asfalto, sul cuore. Perché quando tutto va male, la resilienza diventa un farmaco e l’ottimismo un balsamo. Basta scorrere questi mesi di resistenza collettiva come fotogrammi di un film per leggervi un grande romanzo collettivo fatto di dolore, sgomento, difficoltà, cadute, morte, ma anche forza, comprensione, speranza, umanità. Nel 2020 tutto è cambiato, fuori e dentro di noi, mesi che rimarranno come cicatrici sulla nostra pelle e come monito nei libri di storia. Giorni che vogliamo ripercorrere in un diario, CoviDiaries, progetto multimediale che potrete leggere sul sito e sulle pagine de La Stampa e di questo giornale, un collage tra parole e immagini con i nostri giornalisti e i fotoreporter del collettivo ParalleloZero di Milano. Un viaggio che non guarda solo al passato ma anche a quello che ci aspetta «perché, come recita un proverbio cinese, quando soffia il vento del cambiamento, c’è chi costruisce un riparo, e chi un mulino a vento».
E da fine marzo quel vento è stata bufera sulle nostre vite e non è stato facile convincersi che da ogni difficoltà nasce un’opportunità perché nel frattempo abbiamo assistito inermi a una guerra.Tutto è cambiato rapidamente, le certezze sbriciolate in una manciata di giorni che avrebbero dovuto annunciare la primavera e che invece ci hanno calato in una nuova stagione, in un nuovo mondo fatto di distanziamento e di bollettini di morte, di mascherine e di mille ansie nuove e antiche. Come quella di rimanere senza cibo, senza acqua, senza alcool, con gli scaffali dei supermercati presi d’assalto da una folla resa irragionevole dalla caduta di ogni scenario conosciuto. Abbiano scoperto quanto siano fragili le certezze quando il 24 febbraio a Milano è scattato il coprifuoco, locali chiusi alle 18. Una foto ci mostra un uomo solo sul ciglio del canale con lo sguardo perso come i suoi programmi. E’ anche il giorno in cui si iniziano a contare i morti, siamo a 3 in Lombardia, 4 in Italia. Le ore corrono veloci.
Due ragazze si abbracciano il 25 febbraio alla stazione di Milano, e quella stretta rimarrà come un caldo ricordo e una segreta speranza. Il lockdown del 9 marzo: le città vuote, i computer che diventano banchi di scuola, e quella conta sinistra dei morti che ogni sera alimenta ansia e dolore. I tetti dei palazzi diventano «parchi» immaginati dove passeggiare, le piattaforme digitali piazze dove incontrare gli amici. Lo smart working entra nelle nostre case e segna l’ingiustizia di genere con le donne che devono gestire figli, genitori, parenti, tra le 4 mura domestiche che non sono mai sembrate così opprimenti.
E intanto scorre il dolore, che insieme al silenzio è colonna sonora di un film a cui assistiamo attoniti. Cercando in ogni parte di noi e degli altri germogli di speranza.
Abbiamo dato un nuovo senso e un nuovo valore a parole che fino a oggi erano comuni e che sono diventate speciali, in un tempo così improvviso ed estraneo.
Impegno. Come l’abnegazione dei medici che hanno combattuto in prima linea, in un corpo a corpo con il virus, senza risparmiarsi nonostante la conta dei morti fra di loro. Lavoro. Che non c’è più per tanti italiani come la famiglia Falcone, di Milano fotografata il 15 aprile quando i casi di coronavirus hanno superato i due milioni nel mondo. Si sopravvive grazie alla cassa integrazione del capofamiglia, Daniele. La figlia studia Giurisprudenza, il figlio elettricista a Linate ha perso il contratto. Casa. Rifugio e prigione. Con Skype che diventa la nostra finestra sugli altri, il ponte virtuale per non essere soli.
Volti. Nascosti dalle mascherine. O perduti, in corsie di un ospedale o di una tenda da campo. Solitudine. Quella reale e quella interiore, noi soli con i nostri demoni resuscitati dal Covid. Hanno tentato di convincerci che era l’occasione per riscoprire la lentezza, il silenzio e anche noi stessi. Ma questo esercizio non sempre ha funzionato, annullato dalla paura che come antidoto richiede il confronto, come cura un abbraccio. Anche «felicità» ha acquistato nuovi significati, costringendoci a ridefinire priorità e obiettivi. E poi resilienza, ormai usata come antidepressivo nazionale. Italica Grondona, 102 anni, di Genova, sopravvissuta alla spagnola, e anche al Covid, ne da il significato autentico: «Ho ancora voglia di vivere». Ed è affidata a queste poche parole la speranza del mondo. —
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