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Gli Uffizi riaprono al pubblico, tornano i primi quattrocento: «Questo momento passerà alla storia»

Gabriele Rizza
Gli Uffizi riaprono al pubblico, tornano i primi quattrocento: «Questo momento passerà alla storia»

Famiglie toscane, qualche straniero, coda ordinata e distanze rispettate. Schmidt: «Persi 12 milioni»:

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FIRENZE. La coda sotto il loggiato è animata ma ordinata. In coppia, singoli, famigliole con bambini, giovani e meno giovani, tutti rigorosamente armati di mascherina. Ma anche vagamente eccitati. Con la sensazione che tornati a casa potranno dire “io c'ero”. Dopo quasi tre mesi di chiusura forzata gli Uffizi riaprono al pubblico. Il segnale è chiaro, la volontà di ripartire ancora di più. In mattinata, nella Sala della Niobe, la cerimonia ufficiale del simbolico taglia del nastro ha echeggiato di “rinascita e speranza, di significati e di un nuovo modo di vedere le opere d'arte” nelle parole del direttore Eike Schmidt.

Gli hanno fatto eco gli interventi del prefetto Laura Lega, del sindaco Dario Nardella, del presidente del Consiglio regionale Eugenio Giani e dei rappresentati delle comunità religiose: l'arcivescovo Giuseppe Betori, il rabbino Gad Fernando Piperno, l’imam Izzedin Elzir. Il dialogo della Galleria con i visitatori riprende vita. Alle 14 si comincia. Le porte si aprono, un circo mediatico degno delle migliori occasioni è pronto a immortalare l'evento, mentre lo stesso Schmidt accoglie le prime presone in attesa: 300/400 in tutto, fra chi ha prenotato e chi no. Non saranno le migliaia che negli ultimi anni, in un crescendo inarrestabile, sciamavano per il cortile vasariano. Il clima è diverso. Ci coglie di sorpresa: animazione assente, niente strimpellatori, giocolieri, artisti di strada. Fra i visitatori in coda però serpeggia una consapevolezza.

Una motivazione. Come il padre che accompagna la figlia adolescente: “Arriviamo da Monsummano Terme, non volevamo mancare questo appuntamento storico”. O come le guide turistiche, che lavorano soprattutto con gli stranieri, e che aspettano di entrare “perché più che il lavoro ci manca il respiro quotidiano con le opere d'arte”, ma che sul domani non si fanno illusioni: “se va bene per noi se ne riparla la prossima estate, cioè nel 2021”. L'ingresso è ritmato: venticinque a volta. Conosciamo le procedure: gel, termoscanner, distanza interpersonale, percorso obbligato. Intanto l'algoritmo del museo che gestisce le code è stato riconfigurato sui nuovi parametri: ammesse contemporaneamente non più di 450 persone (personale compreso). Si può fare un calcolo delle perdite in questi tre mesi? “Sulla base dei flussi registrati negli ultimi anni – azzarda Schmidt – arriviamo a circa un milione di visitatori in meno per una cifra che sfiora i 12 milioni di mancati incassi”. Immaginare un recupero anche parziale in tempi brevi è impossibili. E allora, godiamoci gli Uffizi come non era mai accaduto in tempi recenti.

“È un'occasione che non vogliamo perdere, una visita in tranquillità fino a ieri era impensabile” ci dicono. Molti sono i fiorentini, anche d'adozione qui residenti (americani, olandesi, australiani) ma altrettanti arrivano da fuori, dalla Toscana (Empoli, Pontedera, Cortona, Lucca, Pistoia, Pisa, Prato, Follonica) e da mezza Italia (Napoli, Milano, Bologna, Forlì, La Spezia). Anche dalla mattina alla sera. Poi la riapertura delle frontiere (chiediamo come hanno fatto ma la lingua tedesca non aiuta) arriva da una famiglia in vacanza in questi giorni in Italia, proveniente da Lipsia: “Abbiamo visitato Venezia, Bologna e ora Firenze: tutte bellissime senza turisti”. E allora che effetto fa questa passeggiata inedita fra i capolavori: “Un’esperienza quasi mistica, noi e il quadro, indisturbati, come stare in un tempio avvolti dal silenzio, un silenzio che ci intimidiva” concordano in molti al termine della visita. Una via di mezzo può essere più rassicurante. Per tutti.
 

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