Il Tirreno

IL LUTTO 

Se ne va anche Paolo Fabbri semiologo e “personaggio” di Eco

E’ scomparso ieri a Rimini Ha insegnato in diversi atenei e vissuto a Parigi e negli Usa Frequentava il meglio della cultura europea

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Paolo Fabbri era un uomo di parola: in tutti i sensi del termine. Studiava i linguaggi, i discorsi, le immagini, i media, e con essi tutto ciò che le società umane usano per comunicare, per dare un significato al mondo, a sé stesse, agli altri: gesti, abiti, tatuaggi, vestiti, pietanze, edifici, intere città. Perciò era un semiologo felice, cultore di quella scienza dei segni che ha contributo a ideare. Così, guardava con stupore quelli che per interessi accademici abbandonano la semiotica per passare ad altro. «Altro? Cosa c’è d’interessante in altro?», ripeteva con accigliata ironia. «Il senso è dappertutto, non basta?». Anche per questo era di parola: non tollerava le mode intellettuali (tutti quegli «ismi» e quei «post» che si susseguono nelle cronache culturali), a meno di non farne oggetto di esame critico: segni come tanti altri. Ed era proprio questa fedeltà alla sua disciplina che gli permetteva di frequentarne tante altre, dall’antropologia alla linguistica, dalla sociologia alla storia dell’arte, dalla filosofia alla teoria delle scienze. Adesso di Paolo Fabbri occorre parlare al passato, perché ci ha lasciato ieri mattina, nella sua casa di Rimini, dopo una difficile malattia. La perdita è enorme, e riguarda l’intera cultura europea. In Italia Fabbri ha insegnato a Bologna, Urbino, Palermo, Venezia, Roma, Milano. Ma gran parte della sua ricerca l’ha svolta a Parigi, dove ha seguito sin dai primi anni Sessanta i seminari di Lucien Goldmann e Roland Barthes, per diventare già dai primi Settanta il principale collaboratore di Algirdas Greimas, suo riconosciuto maestro. Viaggia moltissimo, per corsi, congressi, seminari, lezioni, dall’America Latina al Giappone, dall’Australia al Canada e agli Stati Uniti.

A metà anni Settanta è in California, dove collabora con Erving Goffman e gli etnometodologi. Ma il suo cuore è a Parigi, dove conversa regolarmente con i principali intellettuali francesi del secondo Novecento come Jean Baudrillard, Jean-François Lyotard, Paul Virilio, Félix Guattari, Louis Marin, Isabelle Stengers, Bruno Latour, François Jullien, Michel Maffesoli. Ed è così che nei primi anni Novanta diviene direttore dell’Istituto italiano di cultura di Parigi. Del resto, anche nel nostro Paese il suo dialogo con i principali scrittori e pensatori suoi contemporanei è fittissimo: è amico e sodale di Italo Calvino, Luciano Berio, Nanni Balestrini, Alberto Abruzzese, Valerio Adami e, naturalmente, Umberto Eco. Proprio quest’ultimo lo fa diventare un personaggio del suo “Nome della rosa”, chiamandolo Paolo da Rimini e donandogli l’epiteto di Abbas Agraphicus, a causa della sua atavica ritrosia nella scrittura. Fabbri era noto difatti soprattutto per il suo insegnamento orale: era un abilissimo conferenziere, un amabile conversatore, ma soprattutto un grandissimo professore, come sanno bene le centinaia di suoi allievi sparsi per il mondo. —



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