Il Tirreno

un periodo felice della sua vita tribolata 

Leopardi a Pisa, dalla primavera nacque la splendida lirica “A Silvia”

Fabio Demi

192 anni fa, tra il 19 e il 20 aprile 1828, il grande poeta compose in riva all’Arno un’opera immortale, studiata (anche a memoria) da generazioni di studenti

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Centonovantadue anni dopo aver composto quei versi immortali, osservando i bei lungarni desertificati dalla dura legge del virus, Giacomo Leopardi, se fosse qui tra noi, potrebbe essere pervaso da un moto di soddisfazione, contenuto dalla necessità, imposta dal suo grado di nobiltà e dall’educazione, di non lasciar trasparire liberamente i sentimenti. Sulla condizione umana, misera, precaria, caduca, effimera, potrebbe dire il signor conte, avevo ragione io. Mi avete dato del pessimista cosmico. Mi sa che sono stato fin troppo ottimista. Guardate un po’ come siete ridotti.

Tra il 19 e il 20 aprile del 1828, a Pisa, Leopardi scrisse uno dei suoi capolavori, la stupenda lirica “A Silvia”, che generazioni e generazioni di studenti hanno studiato e continuano a studiare. Molti l’hanno anche imparata a memoria. Recitiamo la prima strofa? Ma sì, vai, recitiamo. «Silvia, rimembri ancora/quel tempo della tua vita mortale,/quando beltà splendea/negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,/e tu, lieta e pensosa, il limitare/di gioventù salivi?». Fantastica.

Leopardi soggiornò a Pisa dal 9 novembre 1827 al 10 giugno 1828, e fu una parentesi felice della sua complicata vita. La città fu una delle tappe di allontanamento dalla natia Recanati, dove si sentiva fuori dal mondo e oppresso dal padre Monaldo. Si sarebbe fermato più a lungo se non fosse stato costretto a partire dalla notizia della morte del fratello Luigi. «Sono rimasto incantato di Pisa per il clima: se dura così, sarà una beatitudine - scriveva Giacomo in una lettera alla sorella Paolina del 12 dicembre 1827 - Ho lasciato a Firenze il freddo di un grado sopra il gelo; qui ho trovato tanto caldo che ho dovuto gettare il ferraiuolo e alleggerirmi di panni». Ma non era solo una questione di clima: «L’aspetto di Pisa mi piace assai più di quel di Firenze. Questo lung’Arno è uno spettacolo così bello, così ampio, così magnifico, così gaio, così ridente, che innamora: non ho veduto niente di simile né a Firenze né a Milano né a Roma». Pisa ha di che vantarsi della descrizione di Leopardi (e infatti gli ha dedicato un paio di targhe commemorative): «In certe ore del giorno quella contrada è piena di mondo, piena di carrozze e di pedoni; vi si sentono parlare dieci o venti lingue, vi brilla un sole bellissimo tra le dorature dei caffè, delle botteghe piene di galanterie, e nelle invetriate dei palazzi e delle case, tutte di bella architettura. Nel resto poi, Pisa è un misto di città grande e città piccola, di cittadino e di villereccio, un misto così romantico, che non ho mai veduto altrettanto... ».

Il conte Giacomo a Pisa rinasce. Frequenta l’ambiente accademico e i salotti letterari delle nobildonne, centro dell’attività culturale cittadina. Leopardi è a suo agio, e ritrova la vena poetica perduta da alcuni anni. L’impulso gli torna in maniera tanto gradita quanto inaspettata. Insieme “A Silvia” compone altre opere importanti come lo “Scherzo” e “Il Risorgimento”. Il suo stato d’animo traspare chiaramente dalle frequenti lettere a Paolina. Il 25 febbraio 1828 così si rivolge alla sorella: «Ho qui in Pisa una certa strada deliziosa che io chiamo via delle Rimembranze: là vo a passeggiare quando voglio sognare a occhi aperti. Vi assicuro che in materia di immaginazione, mi pare di essere tornato al mio buon tempo antico...».

Ma chi è Silvia, protagonista della poesia? Probabilmente è una figura che ha fatto parte della giovinezza di Giacomo a Recanati: Teresa Fattorini, figlia del cocchiere di casa Leopardi, morta di tubercolosi a vent’anni. Il poeta dalla finestra della casa paterna poteva vederla e ascoltarla mentre cantava («Sonavan le quiete/ stanze, e le vie dintorno,/al tuo perpetuo canto,/allor che all’opre femminili intenta/sedevi, assai contenta/di quel vago avvenir che in mente avevi./Era il maggio odoroso: e tu solevi/così menare il giorno»). Ma forse, in un intreccio tra passato e presente, Leopardi ebbe anche una musa pisana, un’altra Teresa, che gli stimolò l’afflato lirico: la giovane Teresa Lucignani, sorella della padrona dell’appartamento in cui Giacomo abitava a pigione, in via della Faggiola, tra piazza dei Cavalieri e piazza dei Miracoli. È possibile che l’amicizia con la ragazza abbia ricordato al poeta l’infatuazione giovanile e lo abbia ispirato. Al di là delle identificazioni, Silvia è soprattutto un simbolo della speranza irrealizzata e della giovinezza prematuramente interrotta. Come il destino crudele si è preso Silvia («...da chiuso morbo combattuta e vinta,/perivi, o tenerella. E non vedevi/il fior degli anni tuoi....»), così il poeta soffriva per gli inganni dell’esistenza («Anche peria fra poco/la speranza mia dolce: agli anni miei/anche negaro i fati/la giovanezza». Nella mite primavera pisana Giacomo visse una sua primavera. Ma durò poco. E l’angoscia ebbe di nuovo il sopravvento. —



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