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Quella recita scolastica, l’abbraccio e le sue parole alla bambina: «Vola» E Lucho diventò toscano
Un martedì del 1998 l’autore cileno comparve a Pietrasanta dove una classe delle elementari metteva in scena la “Gabbianella”
il legame
Si tende a pensare che il martedì sia un giorno anonimo. Non inizia né termina la settimana. Non sta neppure in mezzo come il giovedì. Invece il 9 giugno 1998 è un martedì. Nella fila 7 o forse 8 del teatro Comunale di Pietrasanta siede un uomo. Alla recita di fine anno della scuola elementare del Pollino spicca per il profilo d’indio. Lo ha preso dal nonno, alla fine del mondo. In Cile. Nessuna traccia (evidente) dei capelli «quasi biondi» della nonna livornese. Il profilo impenetrabile è il primo ricordo che ho di Luis Sepulveda. Il secondo è una smorfia. Stupore: un bambino grammofono che canta “Fratelli d’Italia” senza sbagliare una parola. Il terzo è uno scatto: lo scrittore che solleva una “gabbianella” di 7 anni. Costumino di raso, ali posticce. “Vola”, le sussurra. E la bimba, Marta Giovannetti, inizia a sbattere le braccia. La recita è finita. L’amore di Luis Sepulveda per Pietrasanta è appena sbocciato.
È un sentimento complicato. A modo suo. Niente obblighi, solo libere scelte. L’insofferenza di chi ha fatto il pieno del carcere e della tortura di Pinochet. Ci sta tutto dentro. La cittadinanza poetica di Pietrasanta; poi la cittadinanza onoraria. Il racconto dedicato ai cavatori del marmo – al sangue versato per l’estrazione, il lato oscuro dell’arte – l’esplorazione delle cave, dentro le Cervaiole. Le amicizie. Su tutte la lucchese Ilide Carmignani, non solo la sua traduttrice dallo spagnolo: la sua «voce» italiana. Il suo rifugio sicuro. La casa di Ilide sulle colline è il luogo dove Luis diventa “Lucho”, non più scrittore, ma amico, uomo, la persona con i difetti e le debolezze, senza vergogna. È lì, da Ilide, quando viene raggiunto dalla notizia che Pinochet è morto. Il suo torturatore, l’assassino di Allende, l’uomo che lo aveva fatto condannare a morte. Che gli fa sperimentare la prigionia in un luogo dove i prigionieri hanno per amica una gallina e, anche se muoiono di fame, non le tirano il collo. Perché è un’amica. E quella gallina muore di morte naturale, dopo aver recitato anche in un film a Hollywood, anche se bisognerebbe chiedere a lei se avrebbe preferito essere sepolta a Los Angeles o nel deserto di Atacama.
Questo non glielo chiedono neppure i bambini della scuola elementare del Pollino il 10 giugno 1998 quando Luis Sepulveda entra nella scuola elementare, dopo la ricreazione. L’emozione è alle stelle perché nessuno crede che lui sia davvero lì. Anche se solo la sera prima era seduto in platea per la recita di “Libera di volare”, adattamento libero (abbastanza) da “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare”, best seller che rendono Sepulveda lo scrittore più richiesto del momento. Atteso negli Stati Uniti in quei giorni. Ma lui, niente, stravolge l’agenda. E scappa a Pietrasanta. Inseguito da una maestra più caparbia del suo profilo da indio, Maura Fornari, oggi pensionata e nonna.
Per settimane, all’inizio dell’anno scolastico la maestra si ingegna a dare la caccia allo scrittore. Si mette in testa di invitarlo alla recita di fine anno. Nessuno la aiuta. La casa editrice è un muro di gomma. Maura non demorde. Con qualche mossa a sorpresa (non tutto si può svelare) arriva al numero spagnolo di Luis Sepulveda. Una segreteria telefonica. Poi in fax. Poi gli scambi. Poi la promessa. Forse più una resa: «Va bene vengo». Non ci crede nessuno. L’agente letteraria smentisce. I bambini ci credono. Maura ci crede. Le sue amiche e colleghe anche. Ilide inizia a far parte del “complotto”. Una consorteria. Le mamme cuciono abiti. Il grammofono viene costruito in casa: i nonni la scatola; le nonne forniscono le calze per la “bocca”. Tutti studiano la parte. Arriva, non arriva. Il libraio di Pietrasanta scuote la testa. Maura dà ordine a tutti: «Bocche cucite». Poi una mattina sparisce in auto con il marito: «Vado ad Asti». Dove c’è un festival letterario.
Quando torna in auto c’è un ospite. Grande, grosso. Imbronciato, appare. Però curioso. Come a 12 anni quando aveva già divorato tutti i libri di Emilio Salgari: «42 sono» ricorda il 10 giugno 1998 alla scuola elementare del Pollino quando si presenta ai bambini. «Ciao, chiariamo subito che qui non c’è nessun personaggio importante». I bimbi lo prendono in parola. E si dimenticano le avvertenze e i consigli. Niente domande, per favore, sul periodo delle torture e del carcere. Parlate dei libri. Ma se siamo fra amici, che male c’è? E allora non gli si risparmia nulla. Via dritti come treni. Più sinceri e diretti del Patagonia Express. «Quante frustate ti hanno dato in prigione?». Gli occhi di Sepulveda si offuscano per un attimo. Si scuriscono, se è possibile. Si è possibile, perché è il potere del buio. Ma risponde, con la stessa sincerità: «Non me lo ricordo. Te ne danno così tante che poi smetti di contare». Smetti di contare ma non di ricordare. A questo serve la memoria. A questo servono gli incontri. Che a Pietrasanta si ripetono. Anche quando Marta Giovannetti, la Gabbianella, ormai decide di diventare un’architetta; Michele Manzione, il gatto Zorba, un funzionario Inps, il grammofono Alessandro Bacci un commercialista e perfino il gatto tigrato un ricercatore a Singapore.
Il legame, però, esiste. Cimentato nell’abbraccio, nell’esortazione “vola”, nel sorriso che destruttura il profilo di indio. Ammorbidito, negli anni, da quella sera che a Pietrasanta, un babbo accoglie Sepulveda con una milonga suonata alla chitarra. E quell’altra che la mamma di una bambina saluta Luis (non c’è ancora la confidenza per chiamarlo Lucho) con la canzone di Violeta Parra “Gracias a la vida”: grazie alla vita che mi ha dato tanto, il riso e il pianto. Senza l’uno non si può apprezzare l’altro. Senza l’addio non si apprezza l’incontro. E io ho imparato che gli incontri, almeno quelli più importanti, accadono di martedì. A volte si prolungano al mercoledì, se si è fortunati. —
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