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Sono passati 45 anni ma il ragionier Fantozzi resta l’italiano medio: sognatore e codardo
Il boom dei libri, poi nel 1975 il primo film di Salce-Villaggio Risate amare e una fotografia spietata della nostra società
FRANCESCA LENZI
In un presente fatto di incertezze che, giocoforza, esalta il lavoro flessibile, potrebbe ancora dire la propria Fantozzi, ragionier Ugo, matricola 1001/bis dell’ufficio sinistri. Nato nel 1971 dalla penna di Paolo Villaggio, in passato impiegato pure lui in una grossa azienda, si è fatto conoscere al grande pubblico attraverso le pagine tragicomiche dei libri “Fantozzi” (oltre un milione di copie) e “Il secondo tragico Fantozzi”. Entrambi verranno tradotti qualche anno più tardi nei film diretti da Luciano Salce. Il primo e indimenticabile capitolo di una saga che conta dieci pellicole in totale, esce nelle sale italiane tra la fine di marzo e la metà di aprile del 1975. Esattamente 45 anni fa, ma il tempo sembra essersi fermato tra le pieghe caricaturali di una società che si ripete sempre uguale a se stessa, nelle (poche) virtù come nei (tanti) vizi. «Con Fantozzi ho cercato di raccontare l'avventura di chi vive in quella sezione della vita attraverso la quale tutti (tranne i figli dei potentissimi) passano o sono passati: il momento in cui si è sotto padrone – diceva Villaggio – Molti ne vengono fuori con onore, molti ci sono passati a vent'anni, altri a trenta, molti ci rimangono per sempre e sono la maggior parte. Fantozzi è uno di questi». Fantozzi era il nome di un collega di lavoro di Villaggio, ma nell’immaginario collettivo è da oltre 40 anni la rappresentazione dell’uomo mediocre, vittima sacrificale non solo dei padroni, ma anche della classe media che, troppo spesso, ha riso, e ride ancora, delle disgrazie del ragionier Ugo, senza rendersi conto di guardarsi allo specchio. La figura di Fantozzi è chiaramente un’iperbole dell’individuo inetto, schiavo psicologico e fisico del potere, impiegato in un mondo che fa del sopruso, della furbizia italica e della ruffianeria la propria dimensione cosmica. Il ragioniere tenta con ogni mezzo di mantenere il posto fisso, professionale e di esistenza, davanti al quale non esiste orgoglio e nessuna umiliazione è davvero eccessiva. Fantozzi inizia con la telefonata rispettosamente preoccupata della moglie Pina, interpretata da Liù Bosisio, (Milena Vukotic arriverà soltanto nel terzo capitolo) che non ha più notizie del marito Ugo da ben 18 giorni. Soltanto dopo un’indagine nell’archivio del personale, e la relativa conferma della presenza dell’impiegato Ugo Fantozzi fra i dipendenti dell’azienda, parte la ricerca del ragioniere tra uffici e corridoi della Italpetrolcemetermo Tessilfarmometalchimica. E alla fine il contabile viene rinvenuto, murato dietro una parete, grazie all’olfatto eccellente dell’impiegato addetto al ritrovamento dei dipendenti smarriti. Il personaggio, e il film stesso, sono visioni caricaturali di una società piena zeppa di macchiette: l’impiegato che gioca a battaglia navale, la “bella” collega single, il socio-amico organizzatore di eventi, il dipendente leccapiedi, e ovviamente i potenti, tutte le varie contesse, e tutti i vari mega-direttori. In mezzo alle vicende mortificanti, Fantozzi è l’uomo inetto di cui si ride, ma anche il riflesso sincero di (almeno) una parte di ciascuno di noi. È il mediocre che non si eleva mai. E ogni tentativo di apparire migliore, inevitabilmente naufraga. A volte lungo una montagna innevata, a volte scoppiato via dai bottoni di una giacca troppo stretta. La risata che viene fuori dalle vicissitudini di Fantozzi non è mai larga e piena, mai gioiosa e fine a se stessa, ma sempre ammorbata da una vena di malinconia e (auto)commiserazione, dove l’ilarità si confonde con la pietas nei confronti dell’uomo servile e ignavo. Fantozzi è l’Alberto Sordi di Una vita difficile che non ce l’ha fatta. Anzi, che neppure c’ha mai provato. E per questo si deride ma, allo stesso tempo, si comprende con indulgenza. —
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