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Il giornale prima dell’era coronavirus Tutte le storie sparite dai nostri pensieri
“Il Tirreno” di tre domeniche di metà marzo degli ultimi dieci anni Dagli scontri politici a quelli del pallone, ecco la narrazione scomparsa
L’ANALISI
STEFANO TAMBURINI
Era comunque una lettura appassionante, quella del romanzo quotidiano chiamato giornale, diario di vita vissuta e da vivere delle nostre piccole e grandi comunità. Solo che a un certo punto abbiamo girato pagina ed è stato come finire tutto d’un tratto in un’altra storia, vista prima solo in qualche film catastrofista. E così la trama, il filo della narrazione e lo scenario sono usciti dai binari, deragliando nel dirupo di un incubo.
I titoli dei giornali ai tempi del coronavirus sono come truppe occupanti in una guerra senza carri armati, cannoni e bombardamenti. C’è il coprifuoco, c’è la paura anche se si fa di tutto per non farla insorgere, c’è il non poter far niente se non stare chiusi in un rifugio moderno nelle rassicuranti stanze di casa. E in questa nuova storia ci sono pagine e pagine da divorare, piene di racconti, cifre di vittime e di guariti, istruzioni antivirus e contro l’ansia, consigli sulle cose che si possono fare e quelle che non si possono fare. E tutto quel che c’era prima? Spazzato via o quasi, non c’è più neanche il rifugio delle pagine di cultura o di sport. Spettacoli, partite, Gran premi e liti fra ultrà e fra dirigenti del calcio (che spesso sono la stessa cosa)? Tutto cancellato.
L’INCUBO INVISIBILE
In pochi giorni il grande romanzo popolare della cronaca quotidiana è sparito per far posto a una specie di incubo invisibile, con le sue angosce, con la sua agenda che ha cambiato il nostro vissuto ancor prima di quelle pagine. Provare a recuperarlo, quel romanzo, mostra così distante anche ciò che era routine. E fa apparire quasi come sciocchezze le vicende più gravi fin qui raccontate, fa sembrare strano aver dedicato intere pagine a storie che oggi non troverebbero spazio. Primo perché non ce ne sarebbe, secondo perché molte di quelle cose difficilmente potrebbero accadere.
Serve anche a capire che “dopo” nulla potrà essere come prima, perché da questa storia comunque vada non ne usciremo come eravamo. Sopra trovate riproduzioni di pagine del Tirreno di tre domeniche di metà marzo, storie agli albori della primavera del 2010, del 2015 e del 2019: dieci, cinque a un anno fa.
Non è l’ultimo giornale prima dell’emergenza. È l’istantanea diffusa nel tempo di quel che accadeva in giorni uguali a questi in periodi diversi sempre di questa epoca. Perché c’è un filo, con storie che si ripresentano di anno in anno e vicende analoghe in zone diverse.
LE BEGHE POLITICHE
Partiamo dalle prime pagine e dal primo sfoglio. Domenica 14 marzo 2010, dieci anni fa. Domina una delle frequenti, all’epoca, manifestazioni di piazza delle opposizioni di centrosinistra (Bersani, Di Pietro, Bertinotti) contro il governo Berlusconi accusato di forzare le regole. Poi un’inchiesta sui divorzi in calo (per la crisi economica, ormai una costante) e sulle famiglie allargate, le polemiche intorno alle cifre delle pensioni di invalidità concesse anche ai boss della camorra. Quindi il rituale del Forum della Confcommercio a Cernobbio con il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, che promette: «Riforma fiscale in due o tre anni».
Cinque anni dopo, sempre a metà del mese (domenica 15 marzo 2015) troviamo ancora il Forum di Cernobbio in primo piano, ancora con il ministro dell’Economia, stavolta è Pier Carlo Padoan del governo di Matteo Renzi. Che dice? Quello che avrebbe potuto dire qualsiasi ministro precedente e successivo: «La ripresa potrà arrivare solo con le riforme». In quella prima pagina il servizio forte è su un tema diffuso nel tempo e nelle sensibilità di ogni toscano dell’area a ridosso del mare, quello della disparità di risorse, di mezzi e di infrastrutture fra l’area interna (Firenze) e quella costiera. Il titolo è “Il buco nero”, riferito alla Toscana sul mare che non tiene il passo dell’interno con uno spiraglio di speranza per annunciati nuovi investimenti sul porto di Livorno, uno dei cardini, insieme con l’aeroporto di Pisa e il completamento dell’autostrada A 12, per un rilancio che ha sempre più i toni della chimera. Lo confermano le parole del presidente della Regione, Enrico Rossi: «Ma ora ci vuole la Tirrenica». Parole autoadesive, collocabili in qualsiasi epoca lontana e recente.
GLI ATTORI? SEMPRE QUELLI
La politica offre il teatrino del palleggio politico tutto interno al Pd, con l’ex segretario Bersani che dice di non volersene andare anche se in aperto dissenso con il suo successore Renzi. Poi c’è lo sport, con un titolone nell’apertura di sezione dedicato all’emergente allenatore dell’Empoli, oggi alla Juve: «Alla fine Sarri è più mago di Zeman», a proposito di un pari in extremis sul campo del Cagliari allenato da Zdenek. E c’è spazio per la Formula 1, all’avvio di stagione, come avrebbe dovuto essere anche in queste giornate. Il titolo, come ogni anno, è pieno di speranza («Una certezza: la Rossa c’è») accompagnato da una foto di Sebastian Vettel, pilota di punta della scuderia. Come andrà a finire purtroppo lo sappiamo già: solito epilogo per tutto il decennio: zero tituli. Nel 2010 è ancora Vettel il protagonista della storia di inizio stagione: «Un tedesco in pole ma non è Schumi», sottotitolo «Ottimo avvio Ferrari: Massa e Alonso subito dietro il pericoloso Vettel». Allora Seb guidava l’emergente Red Bull ed era in rampa di lancio verso il primo dei suoi quattro titoli mondiali.
IL CALCIO DA COLOSSEO
Lo scorso anno, nella domenica di metà marzo (il 17), la storia sportiva di giornata è purtroppo quella di un coro «Devi morire» riecheggiato nello stadio di Cagliari durante una sfida con la Fiorentina nel nome di Davide Astori, il capitano viola scomparso poco più di un anno prima. Quel «Devi morire» era rivolto da uno sparuto gruppo di tifosi ospiti a un sostenitore della squadra sarda, Daniele Atzori, che stava morendo davvero per un malore sugli spalti. Da brividi l’assonanza fra i nomi, terrificante il clima da Colosseo che da tempo ha preso il sopravvento nei nostri stadi.
Il Tirreno di quella domenica di un anno fa, nel primo sfoglio, vive ancora di promesse politiche, stavolta da parte della Lega, ancora partito di governo, che si gioca la carta della Flat tax (aliquota del 15% sul reddito familiare), altra chimera più chimera della Tirrenica. Ci sono poi i gilet gialli che animano le proteste violente in Francia fra roghi e saccheggi contro il governo di Emmanuel Macron. Quindi una storia leggera, come quella relativa all’annunciata scomparsa dei bagnini con la canottiera rossa lungo le spiagge della Versilia. È una disposizione dell’Asl: solo magliette polo e cappello a tesa larga per aumentare la protezione dal sole.
Le pagine di Cultura e spettacoli nel 2010 ci regalano l’inaugurazione dell’Auditorium di Torre del Lago e l’avvento delle bambole trasformiste Moxie Girl, nel 2015 un focus sulla creatività degli artisti toscani e lo scorso anno una bella storia che viene da Grosseto, con due giovani che hanno messo in piedi una grande raccolta delle copertine dei dischi in vinile che segnano gli ultimi 50 anni.
LE STORIE DELLE LOCANDINE
Tutte storie sparite dai nostri pensieri. Segni di un cambio di visione ancor meglio testimoniato dai titoli delle locandine.
Eccone alcune di domenica 14 marzo 2010. Lucca: «Commercio in crisi, le imprese del centro ricorrono alla cassa integrazione». Viareggio: «Blitz nella notte: 14 arresti per la droga in pineta». Montecatini: «Tornano le foto a chi passa con il rosso».
Quelle di domenica 15 marzo 2015. Grosseto: «Sprangate alla Caritas per una lite». Massa e Carrara: «Truffa alla Telecom, dieci a processo». Livorno: «Fra un mese il bando per la Darsena Europa». Pontedera: «Errore all’Asl, spediti agli uomini gli esami all’utero».
Domenica 17 marzo 2019, un anno fa. Grosseto: «Affitti estivi, la guida per evitare le sanzioni». Piombino: «Tecla vince Sanremo Young, due pagine sul trionfo». Versilia: «Magnate russo compra mega villa per 18 milioni». Cecina: «Premiati 101 negozi storici, i nomi e le foto».
Già i negozi storici, i nomi, le foto. Sì, i nomi, le foto, le storie, belle o brutte delle nostre città. Le storie della normalità di quel meraviglioso romanzo che siamo stati costretti a smettere di scrivere e di leggere.
Tornerà, stavolta riaffacciandosi piano piano fra le pieghe di un coronavirus in fuga e quando avrà ripreso pieno possesso della scena lo capiremo prima di ogni cosa da quelle locandine. Sia che raccontino un delitto, la gioia di un gol-vittoria o le storie più leggere. Che ci faranno incazzare, gioire o riflettere. Ma senza paura. —
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