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Lo streaming: con pochi soldi ecco milioni di canzoni “liquide”

L.T.
Lo streaming: con pochi soldi ecco milioni di canzoni “liquide”

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La storia della musica è fortemente legata allo sviluppo tecnologico, nella produzione come nella riproduzione. Dalla musica solo suonata si passò ai 78 giri che negli anni 50-60 furono sostituiti dal vinile a 45 e 33 giri. Negli anni 70 con gli Stereo 8 e poi le musicassette nacque l’ascolto in mobilità, generando, negli 80, il Walkman. A metà di quello stesso decennio iniziò la diffusione del Cd musicale. Con la loro qualità audio e praticità d’uso erano il futuro, ma poco tempo dopo è arrivata la musica liquida. Gli ultimi anni del millennio scorso furono quelli dei lettori MP3 e poi degli Ipod con il download. Fu anche il periodo della pirateria e dello scambio illegale. Ma non è finita perché arriva il presente, fatto di streaming legale e diffuso grazie a molte piattaforme online.

A pagamento, o gratuitamente, queste mettono a disposizione degli utenti librerie con milioni di brani in ascolto, ovunque ci si trovi. Spotify, la più nota – nata nel 2006, con le sue applicazioni per smartphone e desktop, offre (gratis con spot o a 9,99 euro al mese) oltre 50 milioni di tracce ai suoi 124 milioni di utenti. Deezer (gratis con spot o dai 9, 99 ai 19, 99 €/mese) ha ben 56 milioni di brani, e anche Amazon (9, 99 €/mese) e Google (gratis limitata o 9, 99 €/mese). Altre piattaforme disponibili in Italia, hanno cifre simili. ITunes (a pagamento da 4,99 per studenti a 14,99 per famiglie) ha a sua volta un’ampia fetta di mercato. Una parte da leone la fa Youtube (gratis con pubblicità o 9,99 €/mese) dove video e musica si confondono catturando miliardi di ascolti e click.

Questa tecnologia ha cambiato la musica. Innanzitutto da bene materiale (disco, Cd) si è trasformata in servizio, diventando immateriale, liquida, portando anche un nuovo impatto economico, una diversa fruizione e un nuovo approccio produttivo e artistico. Le piattaforme sono state un toccasana per la discografia, che grazie ai proventi dello streaming è tornata a respirare. Spotify dichiara di aver pagato finora 15 miliardi di diritti. Le piattaforme vivono sugli abbonamenti degli ascoltatori e sui ricavi pubblicitari con cui garantiscono le utenze free. Per uno streaming (ascolto) Spotify riconosce (nella forma standard) agli aventi diritto 0,049 euro (al netto del pagamento SIAE). Alla cifra vanno tolti i diritti dell’eventuale distributore e la quota contratto della casa discografica. La differenza va all’autore/artista. Solo le grandi masse di ascolti quindi generano una discreta economia: ad esempio, un milione di streaming di un singolo brano garantiscono all’etichetta 49.000 euro di incasso.

Dal punto di vista della fruizione è innegabile che la comodità sia impagabile. Una tale quantità di musica ad un prezzo ridotto, sempre e ovunque disponibile, favorisce da una parte la possibilità di cercare e scoprire cose nuove, e dall’altra un ascolto molto più frettoloso, e anche codificato grazie agli algoritmi che generano playlist in base alle precedenti scelte. Lo skip, il passaggio rapido tra i brani, è prassi. Tutto questo, insieme alla grande quantità di musica disponibile, porta ad un ascolto più superficiale. Se qualcosa non “arriva” subito, si salta, cercando altro più in linea con i propri gusti.

Di conseguenza un tale tipo di ascolto ha portato con sé esigenze produttive ed artistiche differenti. Non è la prima volta che la musica si adegua al mezzo. Le radio, con le loro esigenze di programmazione, avevano influenzato la parte creativa e produttiva. Per essere una hit radiofonica un brano doveva (e deve) avere precisi requisiti. Lo stesso concetto, pur con logiche differenti, vale per l’online. Per conquistare l’ascoltatore, far sì che la sua attenzione si concentri su un brano, bisogna dare “tutto e subito”, sparare forte sin dall’inizio e magari concentrare nei primi secondi il meglio di un singolo. Occorre però che tale tensione sia tenuta nel corso del brano perché il rischio “skip” è sempre a portata di polpastrello. Dunque strutture, suoni ed anche ritornelli hanno una loro caratteristica e collocazione. Così le canzoni che vogliono diventare hit vengono strutturate tenendo ben presenti tali esigenze. Va anche considerato che per il pagamento necessitano almeno trenta secondi di ascolto del brano. Dall’altra, per catturare consensi, ascolti e streaming bisogna, nell’ottica giusta, alzare l’asticella nella ricerca di una sempre maggior qualità che però rischia di diventare un disvalore, o quanto meno non è più tale.

Come al solito la musica è figlia e, nello stesso momento, madre dei suoi tempi. Il rapporto con la tecnologia è molto stretto e l’industria discografica ha sempre cercato nuovi modelli di diffusione, comunicazione e promozione. Ora il presente è questo: il digitale sulle piattaforme in streaming con le loro dinamiche commerciali. Così, fateci caso, i lettori cd, e prima ancora quelli di cassette, sono spariti dalle nostre macchine. Resta invece sempre l’autoradio.

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di Redazione web