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Addio Von Sydow, pupillo di Bergman Un grande attore dal sorriso beffardo
Si rilevò come Antonius Block nel “Settimo Sigillo” Poi tanti ruoli tra cinema d’autore, commedie e thriller
FRANCESCA LENZI
«Voglio parlarti il più sinceramente possibile, ma il mio cuore è vuoto. Il vuoto è uno specchio che mi guarda. Vi vedo riflessa la mia immagine e provo disgusto e paura. Per la mia indifferenza verso il prossimo mi sono isolato dalla compagnia umana. Ora vivo in un mondo di fantasmi, rinchiuso nei miei sogni e nelle mie fantasie». Era il 1957 e Antonius Block giocava a scacchi con la morte. A dare il volto al cavaliere di ritorno dalle Crociate era l’attore svedese Max von Sydow, voce decisa, sguardo risoluto e sorriso beffardo. Dopo Il settimo sigillo, per Ingmar Bergman reciterà in altre 13 pellicole, compresi La fontana della vergine e il capolavoro Il posto delle fragole. Interprete feticcio del regista di Sussurri e grida, ne asseconda perfettamente la rappresentazione solenne e cristallina, la messa in scena algida e il racconto sincero e spietato. La propria partita a scacchi con la morte, Max von Sydow, l’ha conclusa due giorni fa, lasciando questa terra dopo oltre 90 anni dalla nascita, e non prima di aver messo la firma su un centinaio tra film e serie tv. Ad annunciare la notizia delle sua morte è stata la seconda moglie, la produttrice francese Chatherine Brelet, che von Sydow aveva sposato nel 1997, prima di stabilirsi definitivamente a Parigi nel 2002. L’attore svedese aveva ricevuto in carriera due nomination agli Oscar, nel 1989 come miglior attore protagonista per Pelle alla conquista del mondo e, nel 2012, come miglior attore non protagonista nel film Molto forte, incredibilmente vicino, ma sono altri i ruoli rimasti impressi nel grande pubblico. Dopo l’esordio con Bergman, Max von Sydow esce dalla terra natia, approdando ovviamente negli Stati Uniti, ma anche nel nostro paese dove è stato protagonista nella miniserie televisiva Quo Vadis? di Franco Rossi nel 1985 e, in precedenza nel cinema, nel 1976, in Cuore di cane di Lattuada, nel Deserto dei tartari di Zurlini, e in Cadaveri eccellenti di Rosi. E, l’anno successivo, in Gran bollito di Bolognini. Per il cinema statunitense ha toccato più generi e registi, apprezzato sia dallo star system hollywoodiano che dagli autori della macchina da presa. Vengono in mente, così, David Lynch e Lars Von Trier. Per il primo, Max von Sydow, ha interpretato il dottor Kynes nell’universo fantascientifico e immaginario di Dune; per il secondo ha fatto il narratore di Europa, terzo capitolo della trilogia del regista danese. Attore anche per Sydney Pollack nei Tre giorni del Condor e per Woody Allen in Hanna e le sue sorelle, torna nel 1991 alla fantascienza con Fino alla fine del mondo di Wenders. Libero da condizionamenti di genere, von Sydow ha saputo saggiamente calarsi nel cinema d’autore come nella commedia, fino a titoli dal sapore horror, quali Cose preziose (dal romanzo di Stephen King) e Non ho sonno del “nostro” Dario Argento nel 2001. Se una delle ultime apparizioni sul grande schermo risale al 2015 in Star Wars: il risveglio della Forza, sono tre i grandi titoli “from Usa”, nei quali von Sydow ha lasciato la sua impronta. Andando a ritroso nel tempo, l’enigmatico e suggestivo Shutter Island di Scorsese (2010), il flash-forwardiano e rivoluzionario Minority Report (2002) di Spielberg e il terrificante L’esorcista (1973) di Friedkin nei panni sacerdotali di padre Lankester Merrin in lotta con il demonio.
In bilico fra il tempo e lo spazio, e fra le categorie di un cinema che perde pian piano i suoi pezzi più importanti, Max von Sydow ha giocato a scacchi con la morte. E ha vinto, restando immortale, fra la macchina da presa e lo schermo della sala. —
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