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Il concerto epico di De André al palazzetto di Cecina
Uno degli organizzatori ricorda l’evento: «Eravamo un gruppo di visionari»
CECINA. Faceva davvero freddo quel giorno quando Fabrizio De André cantò con la Premiata Forneria Marconi al Palazzetto dello Sport di via Napoli. Eravamo innamorati del “Pettirosso da combattimento”, ma stremati da giorni di lavori forzati, da permessi strappati con la forza, da difficoltà di ogni genere per noi che non eravamo organizzatori professionisti di concerti. A questo pensavo qualche giorno fa per l’uscita nei cinema del film documentario di Walter Veltroni tratto dal concerto di Genova del 3 gennaio 1979 registrato dal regista Piero Frattari per gli ottant’anni di Faber che noi chiamavamo scherzosamente Bianconiglio. L’idea folle di portarlo a Cecina c'era venuta in una riunione in un fondo del Palazzo Galleria dove parlavamo di politica, di cultura, di poesia, di pittura. E naturalmente di musica. Eravamo un gruppo di visionari che facevano l'alba sostenendo le ragioni rivoluzionarie dell'attività culturale.
Era il 1979. Stampavamo allora al ciclostile una rivista disegnata a mano in onore di Vladimir Majakovskij. Si chiamava Klop, la Cimice come l'opera teatrale del poeta russo. Ci guidava Piero Neri e quel gruppo era il Comitato comunale Arci. Con Valeriano, Roberto, Domizio, Claudio, Francesco e tanti altri si cominciò sognare di poter avere a Cecina l’evento dell’anno. Allora per noi Fabrizio De André significava la poesia che si fa canzone, il miracolo di sentire la nostra vita trasfigurata in canto. (...) E poi c'era la PFM che per molti di noi era, con il Banco del Mutuo Soccorso, il rock progressivo. A me quell'incontro sembrava contro natura, ma a molti di noi pareva un'idea trionfale. Quando il concerto diventò realtà si cominciò a lavorare senza sosta. Eravamo sfiniti il giorno del concerto perché avevamo coperto il linoleum del palazzetto con centinaia di tabelloni di truciolato. Una fatica immensa fino all’alba. Poi arrivano i tecnici della PFM che non trovano niente che vada bene. Ce ne andiamo furiosi ritorniamo soltanto quando provano gli strumenti. Dicono che Fabrizio abbia un po' di febbre ma - tranquilli - ci dicono ridendo- almeno la band suona. (...) A tarda sera arriva Fabrizio de André con Dori Ghezzi a testa bassa. Ci saluta appena e subito si chiude nel suo camerino che è la saletta dei massaggi del Palazzetto. Dori ci chiede del caffè forte, Fabrizio non sta bene, sembra esser venuto venir fuori da una notte difficile. È molto stanco, ci dice. Per questo non ci sono prove. Dicono che non c'è bisogno. Vogliono che tutto sia spontaneo. Poi siamo travolti dalla folla (...) La sua splendida voce fa fatica ad emergere nel suono del gruppo. L'acustica del palazzetto è pessima. Nonostante tutto le parole a volte escono luminose, raggiungono il pubblico che applaude estasiato soprattutto di fronte al Testamento di Tito. Ogni tanto sul palco De Andrè si volta verso musicisti e chiede di stare più bassi, lo dice due volte e gli rispondono - Canta- . Ci sono momenti di gelo. Altri finalmente di sorrisi complici. Ai ringraziamenti le facce sono nervose. Noi ci guardiamo soddisfatti. De André è già sceso con noi lungo il corridoio che porta ai camerini e dice piano - Non c'ero stasera, non c’ero- . Dori Gezzi lo abbraccia e lo conforta. Mussida dice - È tutto a posto, davvero. Grazie di tutto-.
All'una siamo a mangiare qualcosa alla Galleria. Siamo confusi dalla stanchezza e dal rumore. Capiamo di aver fatto qualcosa d’importante. (...) Fabrizio racconta a Roberto qualcosa sul rapimento quasi come fosse d'accordo con i banditi. Ha per loro parole buone, concilianti. Dopocena fumiamo a lungo e parliamo. Io gli dico che voglio scrivere perché è l'unica cosa che amo e lui mi guarda negli occhi e con la sua voce più profonda mi dice - Trovati un lavoro, così per essere libero. Di parole non si vive- . Poi ci dice che finire il tour sarà di certo un tormento. L’avevamo capito. Per questo beve molto. Per farsi coraggio. -Gli impegni si rispettano- dice, ma quando gli dico che vorrei fare il poeta si mette a ridere- Questa non l'avevo ancora sentita. Sei un tipo strano-. La risposta non mi piace. Ci resto male. Parlo di passione, di Cesare Pavese, gli amici ridono un po', lui li zittisce. Dice che ho ragione ma che dovrò soffrire molto. Non so cosa dire. Quando usciamo mi viene vicino e dandomi la mano sorridendo , mi dice- È nobile quello che hai, io stavo scherzando, ma non fare la fine degli idioti. Lascia stare i poeti e scrivi quello che puoi, magari qualche cosa succederà- . Non so perché gli dissi grazie, davvero da idiota, ma così mi sentivo di dire mentre entrava infreddolito nella sua macchina nera dicendo- Vuoi vedere, Dori, che mi è tornata la febbre?-.
Fabrizio Parrini, scrittore
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