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“Gli sposi” racconta sulla scena la tragicommedia dei Ceausescu
BUTI. “Gli sposi” di Daniele Timpano e Elvira Frosini che questa sera (ore 18) sono di scena a Buti, racchiudono nel sottotitolo, “Romanian tragedy”, la portata e la sostanza della loro vita. La coppia in questione, marito e moglie, risponde ai nomi di Nicolae Ceausescu ed Elena Petrescu. Come dire un’ordinaria coppia di potere che partiti dalla compagna, militanti del Partito comunista, scalano le gerarchie fino a diventare i padroni della Romania.
«Niente sembra distinguerli dai loro compagni – raccontano Timpano e Frosini – tranne il fatto che sono un po’ meno dotati della media. Creature senza smalto in un mondo senza orizzonte. Dittatori capricciosi e sanguinari, questi Macbeth e Lady Macbeth dei Balcani hanno seminato la paura nel popolo romeno per poi finire sommariamente giustiziati davanti alle telecamere, sotto gli occhi del mondo, il 25 dicembre 1989». Il testo di David Lescot (pluripremiato scrittore francese) segue passo dopo passo, dalla nascita alla morte, la resistibile e quasi casuale ascesa dei coniugi Caeusescu dalle oscure origini contadine fino ai vertici della Romania comunista. «È un’ascesa nel grottesco di un’esilarante commedia nera – proseguono Timpano e Frosini – scandita dalla stupefacente mancanza di qualità dei due protagonisti, poco dotati e fallimentari in tutto, tranne che nel gioco in cui primeggiano tutti gli uomini privi di vocazione e di qualità: il potere».
Frontali davanti al pubblico, soli e costantemente in scena, impegnati a raccontare la propria storia e insieme la storia del paese che hanno devastato, Lescot sottolinea la mediocrità, il grottesco e l’assurdo, fino alla fine tragica e ambigua. Impossibile non rivedere Elena e Nicolae in quelle foto agghiaccianti che nel 1989 li ritraevano, lividi e invecchiati, uno accanto all’altra, nel corso di quello che fu uno dei primi processi mediatici della storia contemporanea, di cui Lescot riesce a restituire negli ultimi quadri tutta la tragica ambivalenza, fino a scoprire che, dopo aver tanto riso, non c’è più niente da ridere. —
Gabriele Rizza
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