Il Tirreno

“Tuttomondo” è un murale anomalo, come un musical con una partitura jazz

Fabio Canessa
Piergiorgio Castellani con Keith Haring a Pisa nel 1989
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Piergiorgio Castellani con Keith Haring a Pisa nel 1989

L’enorme graffito pisano di Haring è un inno alla pace, all’amore e alla gioia di vivere 

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«Il murale pisano Tuttomondo di Keith Haring ha una forza decorativa molto alta e produce un effetto benefico e positivo». A parlare così oggi è Vittorio Sgarbi, proprio lui che, un paio di anni fa, sollecitato dall’allora assessore alla cultura del Comune di Pisa, Andrea Buscemi, nemico giurato di quell’opera, aveva sparato a zero sull’«arte inutile di Haring» e i suoi «segnetti insignificanti». Perché si è ricreduto? «Mi ero scagliato contro il murale prima di aver visitato il posto dove è collocato – spiega Sgarbi – Quando ho visto quel grande muro bianco tutto dipinto da Keith Haring ho dovuto riconoscere che l’opera tiene e che si tratta di un’impresa felice». Che cosa temeva? «Un impatto stridente con una città monumentale come Pisa, quasi un gesto di provocazione. Invece non c’è nessuna provocazione né elemento di contrasto, nessuna gratuità dell’operazione. Al contrario, con il bar di fronte, il murale è in grado di dialogare col territorio e, perfettamente integrato con il contesto, ha la capacità di stabilire un’attrazione di comunità, una fonte di socializzazione e animazione. Il murale di Haring dovrebbe essere preso a modello per bonificare zone dimesse e trascurate delle città, rivitalizzandole con interventi di arte moderna, come quelli dei graffitari».

Tuttomondo è però assai anomalo come graffito: anziché effimero è permanente, invece di gridare una protesta celebra la pace, l’amore e la gioia. Senza contare le dimensioni gigantesche (180 metri quadrati, 10 in lunghezza e 18 in altezza) e la collocazione insolita: non la fiancata di qualche fabbrica dismessa o di un palazzone popolare, bensì la parete del Convento dei Frati Servi di Maria, dietro la chiesa di Sant’Antonio Abate. Il miscredente Haring, spesso duramente critico con la religione, fu accolto e ospitato dai frati pisani, con i quali condivise anche i pasti nel refettorio, in un clima di rispetto e amicizia. E creò quello che ora è considerato il suo capolavoro: popolò la parete con i suoi inconfondibili omini, in un tripudio di colori dalla dinamica vivacissima.

Una trentina di personaggi incastonati in un puzzle surreale squadernano le varie forme dell’esistenza con una libertà creativa, una fantasia grottesca e tocchi poetici che fondono il gusto stilizzato dell’arte primitiva e i guizzi geniali dei fumetti di Jacovitti: un bambino che gattona, un tale con un televisore al posto della testa, uno a forma di scala, un altro con il braccio che gli entra nel corpo e si unisce alla gamba, angeli gialli e rossi, uccelli e pesci con le gambe, una mano con gli omini al posto delle dita, un omino matrioska e via folleggiando. In alto al centro quattro omini formano la croce pisana: sopra di essa un tizio porta sulle spalle un delfino e due omini formano una forbice che taglia a metà un serpente. Trasparenti allegorie dell’impegno ecologico e dell’unione tra uomini capace di sconfiggere il male, ma Haring non tollera pedanti analisi accademiche che spieghino scolasticamente ogni immagine con un significato simbolico.

Tuttomondo è soprattutto un musical, silenzioso ma scatenato: una danza sfrenata che coinvolge l’universo in un’armonia swing, scandita dai numerosi tratti neri curvilinei che indicano il movimento. Una partitura jazz, all’insegna dell’improvvisazione calcolata, che mette in scena lo spettacolo della metamorfosi universale, ricco di energia, contraddizioni e gioia di vivere.

In basso al centro, sul livello del marciapiede, parallelo ai passanti corre un omino giallo: secondo alcuni un turista che si dirige verso Piazza dei Miracoli, secondo altri lo stesso Haring che, finito il lavoro, scappa via. Forse trasfigurazione beffarda di un presagio: Haring sarebbe morto pochi mesi dopo e quello di Pisa sarebbe stato il suo ultimo murale. Il suo testamento spirituale, la sua opera più significativa e compiuta. Iniziata quasi per gioco, su un’improbabile commissione voluta da un giovane ammiratore, sorprese per primo lo stesso Haring, che, durante quella settimana di lavoro nel giugno 1989, scrisse sul suo diario: «Mi rendo conto ora che si tratta di uno dei progetti più importanti che io abbia mai fatto». Diventato installazione permanente, dichiarato monumento di interesse dalla Soprintendenza per i beni artistici, recentemente ben restaurato, Tuttomondo è ormai una tappa obbligatoria per i turisti e gli appassionati d’arte. L’unico dono non deperibile che il maestro della Street Art, dalla produzione volutamente effimera, ci abbia lasciato.

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