Il Tirreno

Potenza e attualità della lirica: Luisotti dirige “Il Trovatore”

Ilaria Bonuccelli

Il maestro versiliese torna alla Scala con il titolo verdiano che ci trascina nell’epoca (mai finita) della caccia alle streghe 

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Il coro degli zingari irrompe sulla scena. “ La zingarella” lo chiamano. Anche se nel libretto è “Chi del gitano i giorni abbella”. La musica è potente. “Stride la vampa”. “Di quella pira”. Un crescendo. Come le parole. «Una volta le streghe si bruciavano sul rogo. Oggi si citofona ai campanelli. Ma la caccia alle streghe è la stessa. Non è mai finita. Non finirà fino a quando la forza, il potere, l’autorità si sostituiranno alla giustizia». Attuale Il Trovatore. Nel 2020 come nel 1853, anno del debutto al teatro Apollo di Roma. L’Italia ancora non era unita, ma Giuseppe Verdi già componeva opere “presbiti”, visioni sfocate da vicino, sguardo limpido da lontano. Durante le prove di assieme lo ricorda Nicola Luisotti, il maestro versiliese che dal 6 febbraio torna a dirigere alla Scala (e in Italia) proprio con questo titolo.

Oltre un anno passato all’estero - Parigi, Madrid (dove è direttore ospite principale al Teatro Real), New York, San Francisco - e ora di nuovo sul podio al Piermarini con un allestimento contemporaneo non solo nella regia e scenografie di Alvis Hermanis, ma anche nei contenuti profondi. Con un cast importante: Francesco Meli nel ruolo di Manrico, reduce dal successo della Tosca che ha inaugurato la stagione scaligera; Massimo Cavalletti il baritono lucchese che alla Scala è quasi di casa: tre produzioni la scorsa stagione, compresa la Manon ; Liudmyla Monastyrska come Leonora e Violeta Urmana come Azucena.

Maestro Luisotti, ancora Verdi per lei alla Scala. Dopo Oberto Conte di Bonifacio, Attila, Nabucco, Rigoletto ora Il Trovatore, in un allestimento moderno. Che ha fatto parlare molto a Salisburgo.

«La storia si svolge all’interno di un museo, nel quale visitatori e custodi si trasformano - nottetempo - nei personaggi dell’opera. Si assiste a un salto temporale di 600 anni, con un rapporto di osmosi fra opere d’arte e persone reali. Alvis Hermanis ha un grande rispetto per la musica e questo consente di armonizzare la regia con il capolavoro verdiano. Siamo di fronte a un allestimento nel quale l’idea di regia non sovrasta né annulla il libretto originario. Tanto meno la musica».

Una notte al museo con Il Trovatore, dunque.

«In un certo senso è questo. Con la scena che diventa una macchina del tempo».

Come pensa che reagirà il pubblico italiano, scaligero a questa lettura dell’opera? E soprattutto lei che dirige nei più grandi teatri, avverte reazioni diverse nel pubblico dei diversi Paesi?

«Gli esseri umani sono molto simili dal punto di vista emotivo. Le reazioni possono essere condizionate da quanto il pubblico ami i cantanti, il direttore, da quanto “senta” un determinato spettacolo. Ma quando si crea l’atmosfera giusta, la magia viene avvertita da tutti e nello stesso modo, che tu sia a Tokyo o a New York. Certo La Scala è un teatro-leggenda: qui hanno lavorato Verdi, Strauss, direttori d’orchestra come Toscanini, De Sabata. Qui c’è stato Puccini. Il pubblico che viene qui sa di entrare in un luogo speciale, ma deve anche essere consapevole che non entra in un museo: entra in un teatro dove vanno in scena spettacoli destinati a restare nella storia. Ma qui non si fa solo la storia né si vive solo nella storia: qui si fa anche il presente. Ce lo dimostra proprio la vicenda de Il Trovatore».

In che modo “Il trovatore” è storia e presente?

«La storia de Il Trovatore ha inizio con una strega bruciata sul rogo: la madre di Azucena che, accusata di aver “fatto il malocchio” al figlio del conte, viene bruciata viva. E in punto di morte chiede alla figlia di vendicarla. Da lì discende tutta la tragedia: Azucena che rapisce il figlio del Conte di Luna e lo brucia sul rogo. Ma gettando il bimbo tra le fiamme a occhi chiusi, uccide il proprio figlio e alla fine alleva il figlio dell’assassino di sua madre. Ne fa un uomo, un cavaliere che, alla fine verrà assassinato dal fratello.

Dall’iniziale caccia alle streghe discende un disastro che colpisce generazioni. La strega perseguitata, guarda caso, è una immigrata: una zingara di Biscaglia (gli attuali Paesi Baschi) che aveva osato mettere piede in Catalogna».

E il nesso con il presente de IL Trovatore, dunque?

«Da una ricerca che ho svolto su Il Trovatore, scopro che nel 1408 in Spagna c’è una guerra civile finanziata dal re Ferdinando I di Aragona per impedire a un centro - Urgell - di separarsi dalla Catalogna. I personaggi de Il Trovatore, Manrico il figlio cresciuto dalla figlia della strega morto sul rogo, è il soldato indipendentista al servizio del conte di Urgell; il Conte di Luna, il fratello che lo assassinerà, è a servizio delle truppe realiste. Contro chi anela alla libertà, all’indipendenza. Sta dalla parte di chi brucia le streghe sui roghi. Oggi, 600 anni dopo siamo nelle stesse condizioni: diffidenza verso i diversi, verso gli stranieri. Stessa caccia alle streghe: solo che invece di bruciarle sui roghi, andiamo a suonare i campanelli o lasciamo che i migranti muoiano in mare affogate con i loro figli. Senza rimorsi. Per questo dobbiamo andare a vedere l’opera: contiene lezioni sociali che ancora non abbiamo imparato».

Dice che l’opera è maestra di storia?

«Dico che l’opera ci ricorda che la storia ci aspetta. Si ripete, se non impariamo. Se vogliamo imparare e vogliamo evitare gli errori dobbiamo guardare alla storia che abbiamo vissuto. Dobbiamo tenere la memoria davanti a noi, mai dietro. Proprio nel Giorno della memoria, insieme a mia moglie Rita, ho visto un documentario - “Allarmi siam fascisti” - che rappresenta una spiegazione chiara di che cosa non dovremmo più rivivere. Un ottimo promemoria. In questo senso, lo è anche Il trovatore. Ma non basta».

In che senso non basta?

«I teatri continuano a riproporre il grande repertorio operistico. Il repertorio della tradizione E va bene. Ma dovrebbero avere più coraggio e investire nella produzione di nuove opere, se non vogliamo che questa forma di arte scompaia. Opere che abbiano come soggetti temi moderni e contemporanei. Dovrebbero parlare di come si vive, di migranti o anche di dopoguerra».

Beh, lei ha diretto un’opera del genere: La ciociara di Tutino, a San Francisco: debutto nel 2015, composizione ispirata al film di De Sica e al libro di Moravia. Un lavoro interessante che, però, i teatri non mettono in cartellone. Perché?

«Non so perché un’opera come La Ciociara non entri nei cartelloni dei teatri. Ma bisogna insistere. Bisogna che i teatri insistano con le nuove produzioni e investano nei compositori, nei librettisti. Mozart, Rossini, Verdi, Donizetti hanno composto decine e decine di opere, ma poi li ricordiamo per pochi titoli. Solo commissionando decine di opere e consentendo ai compositori di “farsi la mano” possiamo sperare di avere lavori destinati a restare nel tempo. Se anche avessimo un’opera eccellente l’anno, fra 30 anni avremo un tesoro di 30 nuovi titoli». —



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