Ironia, idee, rispetto per il lettore: la lezione di Pansa
Dalle cronache per la Stampa, Repubblica e il Corriere, al “Bestiario” sull’Espresso, fino alla collana sull’altra faccia della Resistenza
il ricordo
BRUNO MANFELLOTTO
Gli piaceva quel rito laico del mercoledì mattina. Consegnava puntuale il suo “Bestiario”, prendeva uno sgabello e si accucciava accanto a chi aveva l’incarico di “passare” il suo articolo, cioè di leggerlo, correggerlo e titolarlo. Correggere? C’era solo da imparare dalla nitidezza della scrittura, dal rigore dei fatti, dall’ironia tagliente. E da divertirsi: riga per riga, si rideva insieme per le battute, le immagini, le pochezze dello zoo politico di casa nostra. Poi c’era da trovare un titolo dando vita in poche battute a Dalemoni, al Parolaio Rosso, al Cinghialone...
Ecco, in quell’ora del mercoledì mattina si rivelava la religione giornalistica di Giampaolo Pansa: l’attenzione al dettaglio, la libertà di approccio a ogni argomento e personaggio, il rispetto per il lettore – incarnato in quel frangente in chi gli “passava il pezzo” – e pure la voglia di sorridere, a volte amaramente, dello spettacolo offerto dall’Italietta sempre in crisi.
A dire il vero, per capire un personaggio che ha percorso quasi sessant’anni di magistrale militanza giornalistica – “La Stampa”, il “Corriere della Sera”, “Repubblica”, “L’Espresso”… – bisogna ricordare che di Pansa in realtà ce ne sono stati almeno tre. E da tutti c’è solo da imparare. Il primo, naturalmente è il magnifico cronista, il giovane che all’esordio racconta il disastro del Vajont: «Scrivo da un paese che non c’è più»; che all’indomani della bomba di piazza Fontana parla con il tassista Rolandi e lo scopre non più sicuro delle accuse rivolte a Pietro Valpreda; che svela gli intrecci e gli affari dello scandalo Lockheed; che riesce a far confessare a Berlinguer di sentirsi più sicuro sotto l’ombrello della Nato che all’ombra dei missili del Patto di Varsavia.
Le foto dell’epoca lo ritraggono mentre segue i congressi di partito armato di binocolo, pronto a cogliere ogni gesto, ogni smorfia. Aveva talmente segnato il mestiere che nelle redazioni ai giovani si diceva “leggi Pansa”, “impara da Pansa”, “prova un incipit alla Pansa”. È una parola. E ai cronisti politici che si perdevano dietro gli arabeschi delle correnti dc i direttori chiedevano: “Ma di che colore aveva la cravatta Andreotti?”. In fondo il secondo Pansa, quello del “Bestiario” nato su “Panorama” da un’intuizione di Claudio Rinaldi, e da questi portato con sé all’“Espresso” quando a Segrate si insediò il Cavaliere, è in un certo senso figlio di quel binocolo: lo sguardo si fermava su un dettaglio, lo esaltava, lo sezionava fino a ricavarne una lezione, un’immagine, una metafora. Come il Dalemoni, mezzo D’Alema e mezzo Berlusconi, che segnò tra polemiche sanguinose la stagione della Bicamerale.
E poi c’è il terzo Pansa, quello del “Sangue dei vinti”, della ricerca impietosa su una fase oscura e poco esplorata della storia italiana: l’altra faccia della Resistenza, i delitti dei partigiani, i vincitori, sui fascisti, i vinti. Il metodo di lavoro usato era sempre lo stesso, e immutata la voglia di vedere e raccontare e basta, senza preoccuparsi delle conseguenze, politiche o personali (filosofia in base alla quale decise pure di scrivere ciò che non gli andava più di “Repubblica”, dove pure aveva passato anni importanti). Polemiche feroci lo travolsero (e forse non si sono mai sopite), anche se nessuno dei fatti raccontati è stato mai smentito da alcuno storico: a dimostrazione che il Paese non era pronto a conoscere questa parte di verità e che la sinistra non aveva ancora deciso di elaborare il lutto. Come se quella lontana guerra civile non fosse mai finita.
Poi, in verità, c’è un altro Pansa, l’uomo distrutto due anni fa dalla morte a 55 anni del figlio Alessandro. Forse quel dolore indicibile ha cominciato a scavare dentro di lui, nonostante l’affetto della sua amata Adele, compagna, moglie e complice di ogni sua sfida. E nonostante la gioia per essere da poco tornato a scrivere su quel “Corriere della Sera” che gli aveva dato la prima notorietà. Qualcosa si era irrimediabilmente spezzato. Per sempre. Ciao, Giampaolo. E grazie. —
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