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Piratato il nuovo Zalone, stop del giudice a 18 siti
Streaming illegale: provider obbligati a intervenire. E Netflix è sotto attacco per The Irishman: «Poco tempo in sala»
Natale, tempo di film. Nelle sale, ma anche in Tribunale e sui giornali. Due notizie, una in arrivo dall’Italia e l’altra dal Regno Unito, riaccendono i riflettori sulla battaglia del cinema nei cinema per non farsi cannibalizzare dal cinema su Internet.
Iniziamo dall’Italia. Dire che “Tolo Tolo” di Checco Zalone, in uscita il 1° gennaio, sia già il film italiano più discusso dell’anno è un eufemismo. Infatti meno ne viene anticipato e più fa già discutere, iniziando dalle polemiche per il razzismo, vero o presunto, della canzone “Immigrato”, cliccatissima in rete, con la quale Zalone ha sostituito il solito trailer per lanciare il film. Tanto atteso il film, che produttore e distributore, rispettivamente la Taodue di Pietro Valsecchi e Medusa del gruppo Mediaset, hanno giocato d’anticipo contro quei siti che, alla faccia del diritto d’autore, piratano i film e li mettono a disposizione gratis in rete. E così l’antivigilia di Natale il dottor Pierluigi Perrotti della Quattordicesima sezione civile del Tribunale di Milano, specializzata in materia di impresa, ha ordinato ai cinque più importanti provider italiani, Telecom, Vodafone, Fastweb, Tiscali e Wind, di inibire l’accesso a diciotto siti pirata, che già pubblicizzavano il nuovo film di Checco Zalone, naturalmente piratato. O, per dirla in legalese, «utilizzando abusivamente la locandina e il titolo dell’opera cinematografica, propongono la fruizone illecita (in modalità streaming) della stessa».
Il provvedimento dovrebbe tutelare Luca Pasquale Medici, in arte Checco Zalone, il produttore e il distributore. Ed è un duro colpo per i furbetti del cinemino in streaming.
Intanto Zalone incassa l’apprezzamento di Matteo Salvini, che prima ha dichiarato in un comizio che lo vedrebbe bene come senatore a vita e poi, ricordandosi che lui i senatori a vita vorrebbe abolirli, ha definito comunque «surreale» la polemica sul razzismo vero o presunto del Checco nazionale. «Lui fa l’artista, non l’intellettuale, anche se è più intellettuale di tanti intellettuali», parola di Salvini. E un altro spot per “Tolo Tolo” semmai ce ne fosse bisogno.
Che però il cinema “vero” sia sotto assedio lo conferma la polemica scatenata sul Financial Times da Mooky Greidinger, chief executive di Cineworld, il secondo gruppo mondiale di sale cinematografiche, 9.517 in dieci Paesi (Italia esclusa). Greidinger ha attaccato pesantemente il gigante dello streaming Netflix. L’accusa è di aver programmato “The Irishman” di Martin Scorsese in poche sale e di avercelo lasciato troppo poco, rinunciando «senza ragione» a un pingue botteghino. Netflix, che il film l’ha prodotto, l’ha ritirato dalle sale americane il 1° novembre e da quelle inglesi l’8, mettendolo a disposizione dei suoi abbonati il 27. «The Irishman ha perso molti incassi. Una permanenza nei cinema appropriata per Scorsese avrebbe generato un buon incasso», deplora Greidinger. Sta di fatto che nella sua prima settimana su Netflix, il film con Robert De Niro e Al Pacino è stato visto da 26 milioni di persone.
La polemica non è nuova. I film in streaming faranno arrabbiare i cinefili da qui all’eternità. Ma due dati nudi e crudi (e anche un po’ crudeli) spiegano perché è difficile tornare al passato. Secondo la Motion Picture Association americana, nel 2018 il botteghino non è andato male: 41, miliardi di dollari, con un incremento dell’1% sull’anno precedente. Ma nello stesso tempo i film in streaming hanno incassato 55,7 miliardi. E l’aumento è stato del 16%. —
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