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Una coppia in crisi, due bimbi e la Dea Fortuna Ozpetek: «Per essere genitori serve il cuore»
Il regista di origini turche torna alle atmosfere passionali e ironiche de “Le fate ignoranti”. Protagonisti Edoardo Leo e Stefano Accorsi
il film
Cosa succede quando in una coppia l’amore diventa affetto. Cosa succede quando gli incerti della vita obbligano a confrontarsi con realtà finora escluse dal proprio orizzonte. Che cosa succede quando, tenendo per mano un bambino, si capisce all’improvviso che cosa significhi essere genitore. Con lo stile dei suoi film migliori, intrisi di nostalgia e passione, vitalità e ironia, Ferzan Ozpetek racconta, ne “La Dea Fortuna” la crisi di due persone, Arturo (Stefano Accorsi) e Alessandro (Edoardo Leo) che dopo essersi scelte e a lungo amate, non sanno convivere con una realtà mutata, non tragica, ma ugualmente implacabile.
«Arturo e Alessandro sono quasi come fratelli, mi affascinava l’idea di descrivere come, una volta superati il sesso e la passione, un rapporto possa rigenerarsi e delineare un modo nuovo di stare insieme», dice il regista. A muovere i fili del tutto, sopra le tavolate gioiose, intorno agli abbracci, tra le danze improvvisate sotto la pioggia, c’è quella Dea che non è solo, banalmente, portatrice di buona sorte: «Il mondo con cui ognuno di noi reagisce al Caso o alla Fortuna è fondamentale. Siamo noi che determiniamo se quello che succede è positivo o negativo, c’è chi lo chiama libero arbitrio». Così, sull’orlo della rottura annunciata, i due protagonisti si ritrovano obbligati a una verifica emotiva nel momento in cui Annamaria (Jasmine Trinca), l’amica che li ha fatti conoscere, obbligata a ricoverarsi in ospedale, chiede loro di occuparsi dei suoi figli, la ragazzina Martina (Sara Ciocca) e il bambino Alessandro (Edoardo Brandi) solo per qualche giorno.
«Un anno fa mio fratello era gravemente ammalato – spiega l’autore – Sua moglie, a cui sono molto legato, mi aveva chiesto, nel caso fosse successo qualcosa di grave anche a lei, di occuparmi insieme al mio compagno dei suoi figli. Ha voluto che glielo promettessi. È una richiesta che mi ha spalancato un mondo di angoscia, di paure, di dubbi sulle mie capacità, ma mi ha anche aperto le porte di un mondo di sentimenti che non conoscevo e a cui non sapevo come avrei reagito». Lungi dal film (da domani in oltre 400 sale) qualunque sottotesto militante in favore delle famiglie arcobaleno: «Non volevo intervenire in questo dibattito, ho troppo rispetto per ogni tipo di famiglia, è certo però che, alla fine, i miei personaggi scoprono che essere genitori non è una questione genetica, ma di cuore, cervello, moralità. Si diventa genitori dalla cintura in su, non dalla cintura in giù».
Per la prima volta ingaggiato nella squadra dei prediletti dall’autore, Edoardo Leo è chiamato a interpretare il partner che ama di più, o, almeno, quello che più apertamente mostra la sua sofferenza: «Ho pensato che la cosa migliore fosse abbandonarmi a Ferzan che di Alessandro, idraulico dotato di grande sensibilità, mi ha spiegato tutte le sfumature. Ne ho cercato l’essenza, senza fermarmi all’estetica e all’iconografia più scontata». Associato, nel cinema italiano, allo stereotipo di maschio prestante e tradizionale, Edoardo Leo ha smesso presto di interrogarsi sulla credibilità del suo primo personaggio gay: «A quelli che continuano a chiedere se nel film ci siano scene di sesso tra me e Stefano, rispondo: se il tuo problema è questo, non andare proprio a vedere il film. Per me questa è la storia della crisi di un amore, evento che può verificarsi in qualunque tipo di rapporto». Eppure i pregiudizi persistono, almeno per una parte della società in cui viviamo: «Nella mia vita personale i gusti sessuali della gente mi interessano molto poco. Quello che mi riguarda, invece, è la parità di diritti, se non c’è, allora anche io mi sento discriminato. L’omofobia mi sembra una cosa preistorica, anche se purtroppo leggo ancora notizie di ragazzi pestati perché omosessuale. Che fare? Non credo che i social servano, preferisco fare un film, che è un atto politico, una presa di posizione e quindi può invece servire».
Intorno ai protagonisti, a Jasmine Trinca che descrive Annamaria come «una donna molto scombinata che irrompe nella vita dei due», agli attori giovanissimi che, durante le riprese, hanno stupito i loro partner navigati per maturità e aderenza al ruolo, recitano Serra Yilmaz, Cristina Bugatty, Filippo Nigro nel ruolo di un uomo senza memoria e Barbara Alberti in quello della nonna megera, nobildonna dal cuore di pietra, residente in un’antica villa siciliana: «Mi sono rivista – scherza la scrittrice – Sembro Nosferatu. Però ci tengo a dire che questo è un film politico, perché il tema centrale non ruota intorno alla coppia gay, piuttosto riguarda l’interrogativo di tutti: siamo felici, oppure no? E questo è un segno di grande civiltà».
Le altre risposte, sugli slittamenti del cuore, sull’importanza delle coincidenze, sui segni lasciati dai dolori infantili, emergono, intense, nella ballata “Luna Diamante”, cantata da Mina e Fossati: «Conosco Mina – dice Ozpetek – non solo musicalmente, è una delle persone più importanti della mia vita. Ha letto la sceneggiatura e ne abbiamo parlato a lungo». Solo così può spiegarsi un verso che dice tutto del film: «Se i giorni da adesso cominciassero di nuovo. Che importerebbe tutto quello che ho detto. Nemmeno per me». –
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