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musica 

Paolo Mari, la chitarra italiana al Festival di Santiago del Cile

Lina Senserini
Il chitarrista Paolo Mari
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Il chitarrista Paolo Mari

Il musicista grossetano rappresenterà il Belpaese alla kermesse di Santiago del Cile

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GROSSETO. Sarà il chitarrista Paolo Mari a rappresentare l’Italia al Festival Internacional Noches de Guitarra, la kermesse internazionale di chitarra classica, ideata dal maestro follonichese Fabio Montomoli, in programma a Santiago del Cile dal 29 novembre al 6 dicembre. L’altro italiano, oltre a Montomoli, è il clarinettista Giovanni Lanzini che lo accompagnerà in una delle serate: sette concerti con il meglio dei chitarristi sudamericani per ripercorrere la storia della musica e di questo formidabile strumento. Milanese di origine, in Maremma dal 1987, Mari, 56 anni compiuti in questi giorni, suona la chitarra da quando ne aveva 11. Ha imparato da autodidatta, accompagnando cantanti nei più svariati stili musicali. Soprattutto, dice, «lavorando con musicisti molto più bravi di me». Dal 1995 è un chitarrista professionista, compositore e insegnante di musica. Negli ultimi 20 anni si è specializzato in musica brasiliana, sulla quale ha scritto diversi libri, ha tenuto corsi.

Cosa suonerà in Cile?

«Nel programma, la mia musica è presentata come “brasiliana”, anche se è riduttiva come definizione. Proporrò alcuni pezzi miei, dove si sentono le contaminazioni delle canzoni che ho suonato fin da ragazzo, dal folk, al rock, alla musica italiana. Ci saranno arrangiamenti di brani samba, ma anche canzoni di Bob Marley, Santana e degli Inti Illimani, storico gruppo cileno. Il pezzo di chiusura è un arrangiamento dell’aria “Va’ pensiero” di Verdi, in omaggio alla musica classica italiana».

Come vive il fatto di essere l’unico chitarrista italiano, a parte Montomoli, chiamato a suonare in un contesto internazionale così prestigioso?

«È una grande emozione. Non capita tutti i giorni di essere invitati a un festival così importante, dove, per di più, peraltro suonerò da solo. Nel mio lavoro, sono abituato ad accompagnare cantanti in vari stili e generi musicali, per cui suonare senza una voce, solo chitarra, è come mettersi a nudo davanti al pubblico. Richiede una grande concentrazione e preparazione».

Che cosa si aspetta da questa esperienza?

«Condividere tanti giorni con questi grandi chitarristi sarà sicuramente un momento di arricchimento, condivisione e scambio».

La situazione è drammatica in Cile. È preoccupato?

«Ho riflettuto a lungo su questo e sui rischi che si possono correre, considerando che l’ultima sera suoniamo all’auditorium del Museo nazionale di Arte precolombiana, molto vicino al Palazzo del governo. Quindi, se da una parte ho pensato che non fosse giusto, in questo momento, andare in Cile a suonare la chitarra, subito dopo mi sono detto che è una cosa da fare assolutamente. La musica è arte, è cultura, trasmette messaggi positivi e di speranza. Credo anche che sia importante vedere con i propri occhi la vera situazione a Santiago, di cui si parla molto poco ultimamente, e capire quello che sta succedendo. Ve lo racconterò al mio ritorno». —
 

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