Il Tirreno

Le “Anime prigioniere” nell’arrogante debolezza del Muro di Berlino

Le “Anime prigioniere” nell’arrogante debolezza del Muro di Berlino

Nel suo nuovo saggio Ezio Mauro ripercorre le vicende della politica nel periodo della cortina di ferro fino ai giorni della caduta 

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il libro

Il cronista di razza sa descrivere gli avvenimenti, e li prevede anche. Capta i mutamenti leggendoli nei dettagli dei dettagli dei dettagli. Così – facendo sua questa ripetizione di Nabokov – Ezio Mauro nell’ottobre del 1989 a Berlino intravide sul podio della parata militare il rivolgimento che da lì a un mese sarebbe capitato. La caduta del Muro, in una notte. Dissoluzione che nessuno riuscì o seppe profetare. In tribuna c’era tutto il Patto di Varsavia in una capitale della Ddr per l’evenienza rimpinguata di merci, generi alimentari in vetrina tanto da far dire a Ezio Mauro corrispondente a Mosca per Repubblica «che bella, sembra Parigi» e sentirsi rispondere da Bernardo Valli suo collega nella capitale francese «che brutta, sembra Mosca».

Ecco, Mauro intravide il mutamento non nel segno dei tempi, ma nel dettaglio del dettaglio: nella maniera di salutare le truppe di Erich Honecker e di Mikhail Gorbaciov, uno accanto all’altro. L’ortodosso presidente della Germania Est salutava col pugno chiuso, il segretario del Pcus invece agitava la mano spalancata. L’uomo della perestrojka e della glasnost ruppe il protocollo consultando due volte l’orologio da polso. Forse spazientito da quell’ostentazione della cortina di ferro.

A raccontare questi frammenti è Ezio Mauro, autore del libro “Anime prigioniere” (Feltrinelli). In giro per l’Italia per ripercorrere i 28 anni di quello che lui definisce il vero meridiano di Greenwich dell’allora realtà geopolitica, e i 30 trascorsi dalla sua caduta, Ezio Mauro descrive quella barriera di calcestruzzo e ferro come «un’arrogante prova di debolezza».

E pensare che il nome ufficiale imposto al vallo di 156 chilometri che tagliava in due la città, interrompeva le strade, separava i cimiteri era Antifaschistischer Schutzwall, cioè barriera di protezione antifascista. Venuta giù a forza di popolo, e poi digerita nei musei e nei parchi, polverizzata in reliquie è un’icona di libertà.

Il Muro è stato funzionale al blocco orientale come a quello occidentale – sostiene Mauro – perché fissava, cementava gli equilibri decisi a Yalta nel 1945. E poi il Muro visto da Ovest non era quel che sembrava all’esordio della sua costruzione. Non era un’opera offensiva, ma di contenimento del mondo che stava dall’altra parte.

Il passo narrativo di Ezio Mauro in questo attraversare l’Italia col suo nuovo libro, ha un calibro preciso: colmare le lacune, tornare ad analizzare gli eventi che sono stati «il fallimento della mia generazione». Ma anche della politica in quanto il Muro, secondo l’autore, è stato la negazione della politica perché «dov’era impossibile il consenso esso veniva sostituito con il controllo». Il Muro è stato non soltanto i già evocati calcestruzzo e ferro. «L’ossessione del potere era il controllo. Il suo motore il sospetto, il suo metodo la sorveglianza, il suo risultato il dossier» scrive Mauro spiegando la potente macchina dello spionaggio e della sicurezza della Ddr. «Il Kgb poteva contare nelle Russie su una spia ogni 1.600 cittadini, la Securitate a Bucarest su un agente ogni 1.500 romeni, la Stasi nella Ddr disponeva di una rete colossale, con un informatore ogni 50 persone». Le spie spiavano le spie. Ecco perché il titolo del libro distilla lo stato di una società, anzi un’umanità murata.

Ma non aspettatevi che Mauro nel raccontare quei giorni e quelle anime aderisca alla tentazione di raffrontare la barriera berlinese con le altre contemporanee, realizzate o minacciate. Severo, minuzioso, giornalisticamente intrigante, l’autore risponde che «il Muro di Berlino è il padre di tutti i muri, è giusto che parli per sé stesso e per tutti gli altri». Cioè, basterebbe alla storia. Ma agli uomini la storia non basta. —



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