Il Tirreno

«Ora potrò dedicarmi alla ricerca senza tutta questa burocrazia»

V.L.
«Ora potrò dedicarmi alla ricerca senza tutta questa burocrazia»

In pensione dal 1° novembre: dovrò confrontarmi con me stesso molto più che in passato 

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l’intervista

La sede del dipartimento dove insegna Alfonso Maurizio Iacono è a pochi passi da piazza dei Cavalieri a Pisa. Negli anni è cresciuta, come l’intero ateneo. E si è trasformata. È una seconda casa per il professore, settanta anni, nato ad Agrigento e laureatosi a Pisa nel 1972. È nel suo ufficio al secondo piano della palazzina che si affaccia su via Pasquale Paoli che lo incontriamo dopo una giornata intensa: la lezione inaugurale del corso di studi che ha coinciso con la sua ultima lezione. In pensione in realtà andrà tra qualche giorno, dal primo di novembre. «È stata una giornata frenetica, molto emozionante. Ho sentito molto affetto intorno a me», racconta.

Cosa farà il professor Iacono dopo il primo novembre?

«Farò le stesse cose di ora. Ma in un tempo più lungo, in più spazio, senza lacci amministrativi e burocratici. Quei lacci che stanno opprimendo il sistema: il mezzo che sostituisce il fine e che ci intrappola tutti. La burocrazia sta raggiungendo un livello grave che mi preoccupa: mi spaventa ad esempio il peso che si dà alle capacità manageriali nel mio settore come in quello medico, ad esempio. Da pensionato spero ci siano meno collegi e riunioni, spero di aver più tempo per dedicarmi alla ricerca in modo serio e meno ansiogeno. Di una cosa ho un po’ timore: avendo molto tempo a disposizione mi dovrò confrontare con me stesso molto più che in passato».

Non le mancherà l’insegnamento?

«In realtà l’idea dell’insegnamento e il piacere di insegnare mi è arrivata dopo, tardi. Mi sono sempre sentito un ricercatore».

Cosa avrebbe potuto essere il professor Alfonso Maurizio Iacono se non fosse diventato un filosofo?

«In realtà quando arrivai a Pisa non ero iscritto a Filosofia ma a Medicina. Ho seguito le lezioni un anno e poi, di nascosto ai miei genitori, mi iscrissi a Filosofia. Per loro un figlio medico era uno status, una posizione. Non fu facile. Certo avrei potuto fare anche altre cose, il fisico o perché no il medico».

La filosofia che è stata per lei uno stile di vita, una quotidianità anche politica.

«Credo ci sia un legame molto forte, per come la vivo e intendo io, tra filosofia e passione civile mantenendo la filosofia come spazio critico. Nella misura in cui agisco politicamente contemporaneamente devo sollevare la questione della resistenza critica».

In questi anni di studio e ricerca c’è qualcosa, tra le tante esperienze, che lo ha segnato, lo ha fatto diventare la persona che è?

«Il Sessantotto e quindi la politica dopo il Sessantotto che mi ha molto cambiato e influenzato, mi ha dato il senso che potendo partecipare alle cose le puoi fare, le puoi cambiare. Sono stati forse momenti, ma mi sono rimasti dentro. E poi l’esperienza al “Manifesto” che mi permetteva di collegare la politica, l’attività giornalistica e la ricerca. Mi ha insegnato, tra le altre cose, a sintetizzare dei concetti in un numero finito di parole. Ho avuto grandi maestri». — V.L.

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